Quando sono stati scritti i Vangeli?
Una domanda che di tanto in tanto viene posta dalla gente è: "Se il Nuovo Testamento è stato scritto così tanto tempo dopo la morte di Cristo, come potete avere tanta fiducia nella narrazione della Sua vita?"
Nel datare i vangeli, la tendenza di diversi critici è di collocarli dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (anno 70 dopo Cristo). Spesso si sente affermare che il Nuovo Testamento non è altro che l'espressione dei credi delle prime chiese 50-80 anni dopo la morte di Gesù. Se così fosse, dovremmo constatare l'influenza del pensiero ellenistico sul messaggio del Nuovo Testamento. In realtà, le prove storiche indicano che i libri neotestamentari furono scritti poco tempo dopo la morte di Cristo.
Ad esempio, il libro degli Atti, in cui è registrata l'attività missionaria della chiesa primitiva, fu redatto da Luca, scrittore dell'omonimo vangelo. Il libro degli Atti termina con l'apostolo Paolo ancora vivente, a Roma.
Questo libro può allora essere stato scritto prima della morte di Paolo, dal momento che gli altri maggiori eventi della sua vita vi sono narrati. Alcune prove indicano che Paolo fu messo a morte durante la persecuzione voluta da Nerone nel 64 d.C., pertanto è probabile che il libro degli Atti sia stato scritto prima di quell'anno.
Il vangelo di Luca, essendo stato scritto prima del libro degli Atti, dallo stesso scrittore, dev'essere dunque stato composto tra la fine del 50 e l'inizio del 60 d.C.. La morte di Cristo ebbe luogo intorno all'anno 30 d.C., il che porta la data di composizione del vangelo di Luca al massimo entro 30 anni da quegli eventi.
La chiesa primitiva generalmente insegnava che i primi vangeli ad essere stati redatti erano quelli di Marco e di Matteo, il che ci porta ancora più vicini al tempo di Cristo. Questo ci induce a ritenere che i primi tre vangeli furono tutti composti nell'arco di 20-30 anni dal tempo in cui ebbero luogo questi eventi, un periodo in cui gli oppositori dell'epoca erano in vita e potevano facilmente contraddire la loro testimonianza se non fosse stata accurata.
Recentemente, lo studioso J. Robinson (un noto teologo liberale) ha evidenziato - in uno studio di 380 pagine e 1300 note conclusive - che la datazione dei libri del Nuovo Testamento risale a molto prima di quanto diversi studiosi odierni pensano. Robinson ha dimostrato che l'intero Nuovo Testamento può essere stato completato prima dell'anno 70 d.C., dunque nel pieno del periodo in cui vivevano gli scrittori dei vangeli. Le prove indicano che i documenti furono scritti a brevissima distanza dagli eventi. Recentemente, un altro studioso, J. W. Wenham, ha pubblicato uno studio dettagliato in cui giunge alle stesse conclusioni di Robinson.
Robinson sottolinea che nel Nuovo Testamento non vi è alcun riferimento alle persecuzioni di Nerone nel 64 d.C., né all'uccisione di Giacomo, il fratello di Gesù, nel 62 d.C.; non viene neanche menzionata la rivolta dei Giudei contro i Romani, iniziata nel 66 d.C., né quell'evento catastrofico che fu la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C..
Con tutta probabilità il Nuovo Testamento è stato completato prima del 70 d.C., forse anche prima del 64 d.C.. Si consideri infatti che la caduta del Tempio di Gerusalemme avrebbe alimentato la predicazione cristiana del messaggio che Gesù sostituiva il sistema sacrificale del Tempio (cfr. Giovanni 1:29, Ebrei 10:11 e segg.), e quindi il Nuovo Testamento avrebbe sicuramente fatto riferimento alla sua distruzione come avvenimento passato, se si fosse già verificata al tempo della stesura.
Dall'esame della coerenza interna, inoltre, lo studioso Tresmontant, fa notare come, ad esempio, in Giovanni 5:2 si legge che "a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c'è [non "c'era", verbo estin in greco] una vasca, chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici". Non avrebbe avuto senso dire questo se il libro fosse stato redatto dopo la distruzione di Gerusalemme, in quanto essa fu ridotta a un cumulo di pietre come Gesù aveva profetizzato decenni prima (cfr. Marco 13:1-2).
Nello studio di Robinson, 60 pagine e qualche centinaio di note sono dedicate alle prove della datazione dei seguenti libri del Nuovo Testamento:
1 Tessalonicesi: anno 45-50 d.C.
2 Tessalonicesi: anno 50-51
1 Corinzi: anno 55
1 Timoteo: anno 55
2 Corinzi: anno 56
Galati: anno 56
Romani: anno 57
Tito: anno 57
Filippesi: anno 58
Colossesi: anno 58
Efesini: anno 58
2 Timoteo: anno 58
Giacomo: 47-48 circa
Giuda: 61-62 circa
Pietro: 61-62 circa
Atti: 57-62 circa
2,3 e 1 Giovanni: periodo 60-65 circa
1 Pietro: anno 65
Marco: tra il 45-60
Matteo: tra il 40-60+
Luca: entro il 57-60+
Giovanni: probab. periodo 40-65+
Tra gli altri studiosi, anche Carsten P. Theide identifica e data i frammenti del Vangelo di Marco (7Q5) intorno all'anno 50 d.C., e stabilisce per gli altri libri una datazione molto simile a quella risultata dagli studi di Robinson.
Alle stesse conclusioni sono giunti anche C. Tresmontant, basandosi sull'analisi del linguaggio e sulle prove archeologiche, e successivamente J. Carmignac, filologo e famoso studioso di testi ebraici e dei rotoli del Mar Morto.
Orchard e Riley datano Matteo al 43 d.C., mentre Gunther Zuntz, un'autorità internazionale sul mondo ellenico, data Marco a non più tardi del 40 d.C. (dunque prima ancora di quanto sostenuto da Robinson).
K.L. Gentry, D. Chilton, e lo stesso Robinson, concludono inoltre che anche l'ultimo dei libri neotestamentari, il libro dell'Apocalisse, sia stato completato prima dell'anno 70 d.C..
La dott.ssa Eta Linnemann, che era stata in passata una critica negativa del Nuovo Testamento sulla scia di Rudolf Bultmann e Ernst Fuchs, ha rinnegato quelle convinzioni e ora esorta i propri lettori a "cestinare" le sue opere precedenti; ha scritto diversi saggi che demoliscono le posizioni dei moderni critici. Ella scrive:
"I testimoni oculari (tanto quelli ostili quanto quelli favorevoli) non scomparvero dalla scena in un lampo dopo due decenni. Molti verosimilmente sono sopravvissuti fino alla seconda metà degli anni 70 d.C... Chi in quel periodo avrebbe osato manomettere la 'tradizione primitiva' tanto da renderla irriconoscibile?"
Facciamo notare, infine, che molti critici dimenticano che i vangeli non potevano non venire scritti immediatamente dai primi Cristiani. Le prime comunità cristiane, infatti, provenendo dalla "Religione del Libro" (il Giudaismo), non potevano ignorare la necessità di scrivere accuratamente la storia di Gesù per confermarla da un punto di vista autorevole (quello apostolico), per far conoscere il messaggio ad essi affidato da Cristo, e per proteggerlo da false rappresentazioni ad opera di eretici, che esistevano anche al tempo apostolico.
Non vi è alcun motivo di credere che solo successivamente qualche discepolo degli apostoli abbia raccolto gli scritti apostolici e prodotto il Nuovo Testamento.
Gli apostoli Giovanni e Paolo incoraggiavano i Cristiani a leggere e a diffondere i loro scritti che già circolavano tra le chiese. L'apostolo Pietro scrisse: "So che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come il Signore nostro Gesù Cristo mi ha fatto sapere. Ma mi impegnerò affinché dopo la mia partenza abbiate sempre modo di ricordarvi di queste cose. Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà" (2 Pietro 1:14-16).
Più avanti nella stessa epistola, egli convalida l'opera di Paolo e ne conferma l'uso come Scrittura canonica da parte della chiesa cristiana: "...come anche il nostro caro fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; e questo egli fa in tutte le sue lettere, in cui tratta di questi argomenti. In esse ci sono alcune cose difficili a capirsi, che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione come anche le altre Scritture" (2 Pietro 3:15,16).
Possiamo pertanto concludere che anche dal punto di vista storico la descrizione di Gesù Cristo offerta dai testimoni oculari che hanno scritto i vangeli è affidabile. E noi cristiani abbiamo constatato la verità delle parole del Nuovo Testamento e riconosciamo con l'apostolo che "queste cose sono state scritte affinché crediate che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome" (Giovanni 20:31).
Si vedano anche:
Le profezie della Bibbia su Cristo
Affidabilità storica e importanza della Bibbia
La Sacra Bibbia su questo sito
http://camcris.altervista.org/datavang.html
STUDIO DELLA BIBBIA, VECCHIO E NUOVO TESTAMENTO E PATRISTICA
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venerdì 23 luglio 2010
AUTENTICITA' DEI VANGELI
AutenticitA' dei Vangeli
" (...) se l'originale dei vangeli è davvero ebraico o aramaico è perché sono stati scritti subito, tra il 30 (anno probabile della morte di Gesù) e il 50, o poco più. In ogni caso, ricolto prima che, con la distruzione del 70, il vecchio Israele sia travolto e scompaiano gli intinti testimoni di ciò che è raccontato in quei testi".
( VITTORIO MESSORI, Patì sotto Ponzio Pilato?, SEI, Tosino 1992, p. 297)
1. La nostra indagine sulla credibilità del Cristianesimo ha affrontato, nel capitolo precedente, il problema della esistenza di Gesù Cristo e abbiamo visto, grazie alla documentazione in nostro possesso, che si tratta di un dato storicamente accertato.
2. Ora, tra i documenti che abbiamo preso in considerazione non abbiamo incluso i quattro Vangeli. E ciò non perché essi non siano da considerarsi storici, ma soltanto perché non abbiamo ancora esaminato il loro spessore di testimonianze affidabili, di documentazione attendibile. È ciò che cominceremo a fare ora.
3. Il cattolico sa che: "La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massima che i quattro Vangeli, di cui afferma senza alcuna esistnza la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza" (Dei Verbum, 19). Sulla scorta di questa definizione, tratta da una Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, il cattolico non nutre alcun dubbio che i Vangeli siano documenti storici autentici e veritieri.
4. Poiché quanto insegnato dalla Dei Verbum ha valore normativo solo per i cattolici, per accertare l'attendibilità storica dei Vangeli, e convincere di ciò chi la contesta, il cattolico deve percorrere altre strade, quelle tracciate dalla ricerca storica.
5. Molto semplificando, possiamo dire che la disciplina storica, quando incontra un documento scritto che riporta fatti accaduti in passato, solitamente percorre queste strade:
- in primo luogo, ne accerta l'autenticità;
- poi verifica l'integrità del contenuto;
- quindi esamina quanto è scritto per accertare se corrisponde a fatti realmente accaduti.
6. Ora, per mostrare a chi non crede che i Vangeli sono documenti storici, che riportano con fedeltà fatti realmente accaduti, il cattolico percorre la stessa strada indicata dallo storico.
7. Che cosa significa indagare sull'autenticità dei Vangeli? Vuol dire appurare in primo luogo che essi risalgano effettivamente all'età apostolica, ossia al I secolo, e poi che siano stati scritti realmente dagli autori cui sono attribuiti.
8. Che cosa significa indagare sull'integrità dei Vangeli? Vuol dire accertarsi che i Vangeli oggi in nostro possesso, quelli che abitualmente leggiamo, corrispondano nel contenuto esattamente a quelli che hanno redatto Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Sarà necessario, dunque, sgomberare il campo da ogni possibile sospetto di manomissione, di mutilazione e di correzione del testo evangelico originale.
9. Che cosa significa indagare sulla veridicità dei Vangeli? Vuol dire:
- in primo luogo, controllare che i Vangeli siano stati scritti in epoca vicina ai fatti che narrano (e qui riprenderemo il discorso sull'autenticità dei Vangeli).
- poi, recuperare informazioni sui loro autori, perché interessa sapere se sono persone meritevoli di fiducia, competenti in materia e testimoni attendibili dei fatti che raccontano.
- infine, e questa è forse la parte più importante, accertare che i fatti narrati siano realmente accaduti.
10. Il cattolico sa che il problema relativo alla datazione dei Vangeli è molto importante. Vi sono certe correnti di pensiero, sostenute anche da qualche teologo e da qualche biblista, stando alle quali tra il Cristo della storia, cioè quello che è realmente vissuto, e la composizione dei Vangeli sarebbero intercorsi lunghi periodi di tempo, da 30 fino a 70 anni.
11. Quanti negano pieno valore di documentazione storica ai Vangeli ritengono che in questo lungo arco di tempo la Chiesa primitiva, mentre era in fase di organizzazione e con lo scopo di guadagnare nuovi fedeli, avrebbe divinizzato la persona di Gesù, attribuendogli parole ed opere che in realtà Egli non avrebbe mai pronunciato o compiuto.
12. Una vera e propria manipolazione, una autentica falsificazione della verità, quella compiuta dalla Chiesa primitiva nel redigere i Vangeli. Per rimediare, teologi, biblisti e studiosi, a partire da quelli di confessione protestantica, hanno dato il via ad un processo cosiddetto di "demitizzazione", con l'intento di eliminare dal testo dei Vangeli, e quindi dalla vita di Gesù Cristo, ogni parola e ogni episodio che non sarebbe razionalmente comprensibile.
13. Riguardo la scelta tra le parole e i fatti da conservare e quelli da eliminare nel testo evangelico, ogni studioso ha personali opinioni. Per alcuni, espressioni come "Io e il Padre siamo una cosa sola" sono puramente inventate. Impossibile che un uomo, un giudeo, abbia mai pronunciato queste parole che lo fanno uguale a Dio. Ma è anche impossibile che abbia camminato sulle acque, sfamato migliaia di persone con pochi pani e pesci, guarito all'istante ciechi, sordi e storpi, risuscitato il figlio della vedova di Nain, comandato alle forze della natura e che, dopo la morte, sia anche risuscitato. Tutto questo ripugna, secondo alcuni "studiosi", alla ragione umana. Nei Vangeli vi sarebbe stato aggiunto da mani ignote e interessate a tutto tranne che a trasmettere fedelmente la vita di Gesù Cristo.
14. Che cosa rimanga della vita di Gesù che meriti qualche interesse, dopo averla depredata di quanto abbiamo sopra ricordato, non è dato di capirlo bene. Per quanto ci riguarda, solo se le nostre tre piste di ricerca - autenticità, integrità, veridicità dei Vangeli - dovessero condurci a risultati positivi, solo in questo caso noi saremo autorizzati a trattare i Vangeli come documenti storici atendibili, credibili, meritevoli della nostra considerazione.
15. E se i Vangeli sono documenti storici attendibili, il cattolico li proporrà con schiettezza e semplicità a chi non crede, perché si renda conto dell'irragionevolezza delle sue convinzioni e si disponga, con l'aiuto della grazia di Dio, a convertirsi.
I Vangeli sono documenti del primo secolo
16. Una tradizione bimillenaria, giunta ininterrottamente fino a noi, attribuisce i Vangeli a quattro autori di nome Matteo, Marco, Luca e Giovanni, tutti vissuti - si dice - nel I secolo d.C. Come possiamo verificare la fondatezza di questa tradizione?
17. Il punto di partenza della nostra ricerca è un dato storico indiscutibile, perché di esso possediamo molte testimonianze. Subito dopo la morte di Gesù, il Cristianesimo si diffonde in numerose e vaste regioni dell'Impero di Roma. Proprio di questa capillare presenza rimangono molte tracce, anche archeologiche, che perfino un turista distratto può facilmente notare solo che viaggi in Terra Santa o in Asia Minore.
18. A Cipro, a Tessalonica, ad Atene, a Efeso, a Corinto (Grecia), in certe zone dell'Asia Minore (Panfilia, Pisidia, Galazia, Iconio e Colossi), Paolo fonda comunità cristiane che presto diventano fiorenti e si dotano, fin dal I secolo, di una certa struttura gerarchica e di una organizzazione.
19. A Gerusalemme, a Cesarea, ad Antiochia, a Joppe (Giaffa) e in Samaria, Pietro fonda altre comunità cristiane. Anche a Rorna, probabilmente fu Pietro il fondatore della locale comunità cristiana.
20. Altri Apostoli fondano comunità in Egitto, nella Cappadocia, in Armenia e in zone dell'Asia Minore (Porto, Frigia, Bitinia).
21. Una presenza così numerosa di focolai di Cristianesimo è attestata da fonti storiche non cristiane. Abbiamo ricordato, nel capitolo precedente, la lettera di Plinio il Giovane (anno 112) all'imperatore Traiano, nella quale si legge: "Il Cristianesimo è professato da un gran numero d'ambo i sessi, di ogni età e classe sociale" e nella quale si dice che questa nuova Religione è ormai diffusa non solo nelle città ma anche nei villaggi e nelle campagne.
22. Queste comunità cristiane sono tra loro assai distanti e soprattutto sono spesso indipendenti una dall'altra. Tra alcune di esse non mancheranno scontri e rivalità che sfoceranno, talvolta, in dure lotte di carattere dottrinale, fino a giungere successivamente a dolorose separazioni.
23. Ma su di un punto esse concordano sempre: nel ritenere gli scritti di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni i soli autentici Vangeli, realmente scritti dai quattro personaggi suddetti, tutti vissuti nel I secolo d.C.
24. Questo è un primo dato che gioca a favore dell'autenticità dei Vangeli, da prendere in seria considerazione. Ma ve ne sono altri.
25. Tra il 95 ed il 150 d.C. visse Papia, che fu anche vescovo di Gerapoli, in Asia Minore. Papia fu discepolo di un altro grande della Chiesa, san Policarpo, vescovo di Smirne. E san Policarpo fu amico e discepolo di san Giovanni Apostolo, l'autore del quarto Vangelo.
26. Nelle sue "Spiegazioni dei detti del Signore", di cui ci parla lo storico Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, III, 39), Papia scrive: "Questo diceva il Presbitero: Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse con accuratezza, ma non con ordine, tutto ciò che ricordava delle parole o dei fatti del Signore. Egli, infatti, non aveva udito il Signore né era stato suo discepolo, ma più tardi, come dicevo, aveva accompagnato Pietro, il quale impartiva le sue istruzioni secondo i bisogni, ma senza fare esposizione ordinata dei detti del Signore, cosicché non commise colpa Marco scrivendo alcune cose così come le ricordava. Egli ebbe una sola preoccupazione, di non omettere nulla di quanto aveva inteso e di non introdurre alcun errore...
Quanto a Matteo, egli in lingua ebraica ordinò i detti del Signore e ciascuno l'interpretò come era capace di fare".
27. Nella testimonianza di Papia si fa cenno ad un "Presbitero". A detta degli studiosi si tratta proprio di san Giovanni apostolo, le cui parole furono riferite a Papia probabilmente proprio da quel Policarpo discepolo dell'autore del quarto Vangelo.
28. Siamo davanti ad una testimonianza preziosa, la cui fonte potrebbe risalire, con la mediazione di san Policarpo, nientemeno che ad Lui Apostolo del Signore, autore di un Vangelo. Papia parla solo di un Vangelo di Matteo e di uno di Marco; tace sugli altri due e così facciamo, - per ora, anche noi. Segnala che Marco era "interprete di Pietro" e "aveva accompagnato" il Principe degli Apostoli. Pertanto, Marco è certamente vissuto in età apostolica e il suo Vangelo va datato al I secolo.
29. La documentazione storica ci offre altre testimonianze importanti a conferma dell'autenticità dei Vangeli.
30. Nell'anno 185, Ireneo, vescovo di Lione (Gallia), scrive: "Matteo fra gli Ebrei nella propria lingua di essi produsse un Vangelo, nel tempo in cui Pietro e Paolo predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa. Quindi, dopo la dipartita di costoro, Marco, discepolo e segretario di Pietro, ci trasmise anch'egli per iscritto le cose predicate da Pietro. A sua volta, Luca, compagno di Paolo, compose in un libro il Vangelo predicato da quello. Infine, Giovanni, il discepolo del Signore, quello che riposò pure sul petto di Lui, anch'egli pubblicò un Vangelo, mentre dimorava in Efeso d'Asia... Esistono dunque solo quattro Vangeli né più né meno. Come quattro sono le parti del mondo e quattro i venti principali (...) È manifesto quindi che il Verbo ci ha dato il Vangelo quadriforme, permeato da un solo spirito" (Adversus Haereses, III, 1, 1).
31. Dunque, al tempo di Ireneo, sul finire del II secolo, è assodato che gli unici Vangeli ai quali la Chiesa attribuisce valore sono quelli di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni. Ireneo ci offre una datazione dei Vangeli ancora generica, ma molto significativa: Matteo scrive "nel tempo in cui Pietro e Paolo predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa", quindi prima del 64/67 d.C., anno della loro morte. Ci informa, inoltre, che Luca, autore del terzo Vangelo, era compagno di Paolo mentre Giovanni, autore del quarto, era apostolo di Gesìi. Dunque, tutti uomini vissuti nel primo secolo, che scrissero i Vangeli certamente in età apostolica.
32. La testimonianza di Ireneo è preziosa sia per l'autorevolezza della fonte, perché egli fu uomo di profonda cultura e di grande prestigio e autorità nella Chiesa primitiva, sia perché, sebbene giovanissimo, conobbe personalmente san Policarpo, discepolo dell'Apostolo Giovanni.
33. Un altro testimone che conferma l'autenticità dei Vangeli è Clemente Alessandrino (Atene 150 ca. - 212 ca.), di cui ci siamo già occupati quando abbiamo esaminato il pensiero cattolico riguardo l'esistenza di Dio. Uomo coltissimo, educato nel paganesimo, conosceva perfettamente i filosofi greci e il Nuovo ed Antico Testamento, citati nei suoi scritti per almeno 3.500 volte.
34. Ricordando le sue Ipotiposi, una raccolta in otto libri di appunti sulla Sacra Scrittura, Eusebio di Cesarea scrive: "In questi stessi libri Clemente espone, circa la serie dei Vangeli, la tradizione degli antichi presbiteri che è questa. Egli dice che sono stati scritti dapprima i Vangeli che contengono le genealogie del Salvatore (Matteo, Luca), e che quello secondo Marco ha avuto la seguente origine. Avendo Pietro predicato pubblicamente a Roma la Parola di Dio ed esposto il Vangelo in virtù dello Spirito Santo, i molti che erano stati presenti esortarono Marco come colui che l'aveva seguito da gran tempo e si ricordava delle cose dette, di mettere per iscritto le cose pronunciate. Avendo fatto ciò, Marco consegnò il Vangelo a quelli che l'avevano pregato. Pietro risaputo ciò non volle esplicitamente né impedire né incitare. Ultimo, pertanto, è Giovanni: vedendo che negli Evangeli precedenti erano state manifestate le cose corporee (ea quae ad corpus Christi pertinent), spinto dagli amici, divinamente portato dallo Spirito Santo, produsse un Vangelo spirituale" (Historia Ecclesiastica, VI, 14).
35. Come si può notare, anche Clemente Alessandrino attesta i nomi degli Evangelisti e l'epoca in cui furono scritti, certamente il I secolo, offrendoci un ulteriore dato storico in favore della loro autenticità.
36. Un altro testimone in favore dell'autenticità dei Vangeli è un discepolo di Clemente Alessandrino, suo successore, a partire dall'anno 203, nella Scuola di Alessandria. Stiamo parlando di Origene, autore di un Commentario in Matteo, in cui scrisse: "Ecco quanto appresi dalla tradizione intorno ai quattro Vangeli, che sono gli unici ammessi senza controversia dalla Chiesa di Dio. Dapprima fu composto il Vangelo secondo Matteo, il quale una volta era pubblicano e in seguito divenne Apostolo di Gesù Cristo. Egli pubblicò il Vangelo in lingua ebraica per i Giudei convertiti alla fede. Il secondo è quello composto da Marco dietro quantogli aveva esposto Pietro... Il terzo è quello secondo Luca, il Vangelo raccomandato da Paolo, scritto a favore dei Gentili. L'ultimo quello secondo Giovanni" (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, VI, 25).
37. Un'altra testimonianza è quella di Tertulliano, autore del Libro contro Marcione, scritto intorno al 200. Egli scrive: "Abbiamo stabilito prima di tutto che lo strumento evangelico ha per autori gli Apostoli ai quali il Sitgnore stesso diede l'incarico di promulgare il Vangelo. Quando ne furono autori dei discepoli, non rimasero però isolati, bensì in comunione con gli Apostoli; poiché la predicazione dei discepoli potrebbe essere sospettata di una gloria, se non fosse garantita dall'autorità dei maestri, anzi dall'autorità di Cristo che conferì il magistero agli Apostoli. Così, tra gli Apostoli, Gioranni e Matteo ci hanno comunicato la fede; tra i loro discepoli, Luca e Marco la rinnorano" (Adversus Marcionem, IV 2).
38. Fino ad ora abbiamo esaminato una serie di testimonianze molto antiche, tutte concordi sull'autenticità dei quattro Vangeli. Dobbiamo ricordare che queste testimonianze provengono da uomini autorevoli, prestigiosi, di grande cultura anche se diversi tra loro per sensibilità e formazione. Tutti però attestano che la Chiesa primitiva riteneva ispirati, dunque canonici, solo i Vangeli di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni, che furono scritti nel I secolo.
39. A questa serie di documenti ne possiamo aggiungere un altro di incomparabile valore. Si tratta del celebre Canone Muratoriano, un rammento datato verso la metà del II secolo d.C., scoperto dallo storico Ludovico Antonio Muratori (1672 - 1750) nella Biblioteca Ambrosiana di Milano e reso pubblico nell'anno 1742.
40. È un frammento incompleto. Contiene il catalogo dei Libri del Nuovo Testamento, ma è privo dell'inizio e della fine. Pur così mutilato, esso esordisce affermando"... il terzo Vangelo è di Luca, medico, compagno di Paolo,... il quarto è di Giovanni, uno dei discepoli".
41. In realtà, prima dell'esordio sopra ricordato, vi sono alcune parole che concludono una frase precedente, della quale non si ha l'inizio, andato perso. Gli studiosi concordano che si riferisca al Vangelo di Marco. Ma a noi importa notare come il Codice Muratoriano enumera i Vangeli di Luca e di Giovanni, definendoli rispettivamente "il terzo" e "il quarto".
42. Non è proprio difficile credere, anche sulla base delle altre testimonianze che abbiamo ricordato, che i primi due Vangeli, dei quali certamente il Codice Muratoriano riferiva, dovevano essere quelli di Matteo e di Marco.
43. A questo punto della nostra ricerca si impone una conclusione. Tutti i dati storici che abbiamo riferito concordano nel ritenere i Vangeli scritti nel primo secolo e proprio dai noti quattro Evangelisti. Dunque, la loro autenticità è pienamente confermata. Nello stesso secolo in cui Cristo era vissuto, dopo la sua morte e risurrezione, vi sono testimoni che hanno messo per iscritto ciò che avevano visto o udito. Il dato è di straordinaria importanza.
44. Quelle che abbiamo ricordato fino ad ora sono prove che gli studiosi definiscono "esterne" ai Vangeli. Vi sono anche prove "interne", cioè prove che possiamo ricavare da un attento esame del testo evangelico. Qui ne proponiamo soltanto due.
45. La prima. Se si pone attenzione alla Chiesa così come è descritta nei Vangeli, essa ci appare certamente dotata di un "Capo" ("Tu sei Pietro") e di una primitiva scala gerarchica, occupata dagli Apostoli. Ma nei Vangeli non vi è alcun cenno di quella struttura gerarchica più complessa, che nasce subito ma che ci è ricordata da altri scritti del Nuovo Testamento, composta di Vescovi, presbiteri e diaconi.
46. Questa mancanza si spiega solo se si ammette che i Vangeli sono stati scritti prima che la Chiesa si strutturasse completamente, quindi in un tempo estremamente vicino alla morte del Signore, avvenuta nel 30 d.C.
47. La seconda. Stando ai Vangeli, gli unici avversari che incontra Gcsù Cristo sono Farisei, Sadducel e Scribi. Manca qualsiasi riferimento ai primi terribili avversari del Cristianesimo primitivo: Gnostici, Doceti, Montanisti, etc. Neppure si trova nei Vangeli alcun riferimento alle persecuzioni scatenate periodicamente dalle autorità dell'Impero di Roma che ebbero, però, una notevole ripercussione sulla vita delle prime comunità cristiane.
48. Questo silenzio su eventi che sconvolsero la vita della Chiesa primitiva si spiega solo ammettendo che i Vangeli sono stati scritti quando le eresie e le persecuzioni sopra ricordate non erano ancora avvenute, quindi proprio a ridosso della vita terrena di Gesù di Nazareth.
49. La nostra ricerca sull'autenticità dei Vangeli andrebbe completata esaminando più a fondo la data della loro composizione. Fino ad ora, abbiamo visto che furono scritti nel I secolo, ma possiamo essere più precisi.
50. Affronteremo questo tema nel capitolo dedicato alla "veridicità" dei Vangeli. Prima, dobbiamo accertare se questi documenti sono giunti fino a noi integralmente, senza alterazioni. È ciò che faremo nelle pagine che seguono immediatamente.
" Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce o già per iscritto, redigendo una sintesi delle altre o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere".
( Dei Verbum, 19)
http://apologetica.altervista.org/libri_perche_credere11.htm
" (...) se l'originale dei vangeli è davvero ebraico o aramaico è perché sono stati scritti subito, tra il 30 (anno probabile della morte di Gesù) e il 50, o poco più. In ogni caso, ricolto prima che, con la distruzione del 70, il vecchio Israele sia travolto e scompaiano gli intinti testimoni di ciò che è raccontato in quei testi".
( VITTORIO MESSORI, Patì sotto Ponzio Pilato?, SEI, Tosino 1992, p. 297)
1. La nostra indagine sulla credibilità del Cristianesimo ha affrontato, nel capitolo precedente, il problema della esistenza di Gesù Cristo e abbiamo visto, grazie alla documentazione in nostro possesso, che si tratta di un dato storicamente accertato.
2. Ora, tra i documenti che abbiamo preso in considerazione non abbiamo incluso i quattro Vangeli. E ciò non perché essi non siano da considerarsi storici, ma soltanto perché non abbiamo ancora esaminato il loro spessore di testimonianze affidabili, di documentazione attendibile. È ciò che cominceremo a fare ora.
3. Il cattolico sa che: "La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massima che i quattro Vangeli, di cui afferma senza alcuna esistnza la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza" (Dei Verbum, 19). Sulla scorta di questa definizione, tratta da una Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, il cattolico non nutre alcun dubbio che i Vangeli siano documenti storici autentici e veritieri.
4. Poiché quanto insegnato dalla Dei Verbum ha valore normativo solo per i cattolici, per accertare l'attendibilità storica dei Vangeli, e convincere di ciò chi la contesta, il cattolico deve percorrere altre strade, quelle tracciate dalla ricerca storica.
5. Molto semplificando, possiamo dire che la disciplina storica, quando incontra un documento scritto che riporta fatti accaduti in passato, solitamente percorre queste strade:
- in primo luogo, ne accerta l'autenticità;
- poi verifica l'integrità del contenuto;
- quindi esamina quanto è scritto per accertare se corrisponde a fatti realmente accaduti.
6. Ora, per mostrare a chi non crede che i Vangeli sono documenti storici, che riportano con fedeltà fatti realmente accaduti, il cattolico percorre la stessa strada indicata dallo storico.
7. Che cosa significa indagare sull'autenticità dei Vangeli? Vuol dire appurare in primo luogo che essi risalgano effettivamente all'età apostolica, ossia al I secolo, e poi che siano stati scritti realmente dagli autori cui sono attribuiti.
8. Che cosa significa indagare sull'integrità dei Vangeli? Vuol dire accertarsi che i Vangeli oggi in nostro possesso, quelli che abitualmente leggiamo, corrispondano nel contenuto esattamente a quelli che hanno redatto Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Sarà necessario, dunque, sgomberare il campo da ogni possibile sospetto di manomissione, di mutilazione e di correzione del testo evangelico originale.
9. Che cosa significa indagare sulla veridicità dei Vangeli? Vuol dire:
- in primo luogo, controllare che i Vangeli siano stati scritti in epoca vicina ai fatti che narrano (e qui riprenderemo il discorso sull'autenticità dei Vangeli).
- poi, recuperare informazioni sui loro autori, perché interessa sapere se sono persone meritevoli di fiducia, competenti in materia e testimoni attendibili dei fatti che raccontano.
- infine, e questa è forse la parte più importante, accertare che i fatti narrati siano realmente accaduti.
10. Il cattolico sa che il problema relativo alla datazione dei Vangeli è molto importante. Vi sono certe correnti di pensiero, sostenute anche da qualche teologo e da qualche biblista, stando alle quali tra il Cristo della storia, cioè quello che è realmente vissuto, e la composizione dei Vangeli sarebbero intercorsi lunghi periodi di tempo, da 30 fino a 70 anni.
11. Quanti negano pieno valore di documentazione storica ai Vangeli ritengono che in questo lungo arco di tempo la Chiesa primitiva, mentre era in fase di organizzazione e con lo scopo di guadagnare nuovi fedeli, avrebbe divinizzato la persona di Gesù, attribuendogli parole ed opere che in realtà Egli non avrebbe mai pronunciato o compiuto.
12. Una vera e propria manipolazione, una autentica falsificazione della verità, quella compiuta dalla Chiesa primitiva nel redigere i Vangeli. Per rimediare, teologi, biblisti e studiosi, a partire da quelli di confessione protestantica, hanno dato il via ad un processo cosiddetto di "demitizzazione", con l'intento di eliminare dal testo dei Vangeli, e quindi dalla vita di Gesù Cristo, ogni parola e ogni episodio che non sarebbe razionalmente comprensibile.
13. Riguardo la scelta tra le parole e i fatti da conservare e quelli da eliminare nel testo evangelico, ogni studioso ha personali opinioni. Per alcuni, espressioni come "Io e il Padre siamo una cosa sola" sono puramente inventate. Impossibile che un uomo, un giudeo, abbia mai pronunciato queste parole che lo fanno uguale a Dio. Ma è anche impossibile che abbia camminato sulle acque, sfamato migliaia di persone con pochi pani e pesci, guarito all'istante ciechi, sordi e storpi, risuscitato il figlio della vedova di Nain, comandato alle forze della natura e che, dopo la morte, sia anche risuscitato. Tutto questo ripugna, secondo alcuni "studiosi", alla ragione umana. Nei Vangeli vi sarebbe stato aggiunto da mani ignote e interessate a tutto tranne che a trasmettere fedelmente la vita di Gesù Cristo.
14. Che cosa rimanga della vita di Gesù che meriti qualche interesse, dopo averla depredata di quanto abbiamo sopra ricordato, non è dato di capirlo bene. Per quanto ci riguarda, solo se le nostre tre piste di ricerca - autenticità, integrità, veridicità dei Vangeli - dovessero condurci a risultati positivi, solo in questo caso noi saremo autorizzati a trattare i Vangeli come documenti storici atendibili, credibili, meritevoli della nostra considerazione.
15. E se i Vangeli sono documenti storici attendibili, il cattolico li proporrà con schiettezza e semplicità a chi non crede, perché si renda conto dell'irragionevolezza delle sue convinzioni e si disponga, con l'aiuto della grazia di Dio, a convertirsi.
I Vangeli sono documenti del primo secolo
16. Una tradizione bimillenaria, giunta ininterrottamente fino a noi, attribuisce i Vangeli a quattro autori di nome Matteo, Marco, Luca e Giovanni, tutti vissuti - si dice - nel I secolo d.C. Come possiamo verificare la fondatezza di questa tradizione?
17. Il punto di partenza della nostra ricerca è un dato storico indiscutibile, perché di esso possediamo molte testimonianze. Subito dopo la morte di Gesù, il Cristianesimo si diffonde in numerose e vaste regioni dell'Impero di Roma. Proprio di questa capillare presenza rimangono molte tracce, anche archeologiche, che perfino un turista distratto può facilmente notare solo che viaggi in Terra Santa o in Asia Minore.
18. A Cipro, a Tessalonica, ad Atene, a Efeso, a Corinto (Grecia), in certe zone dell'Asia Minore (Panfilia, Pisidia, Galazia, Iconio e Colossi), Paolo fonda comunità cristiane che presto diventano fiorenti e si dotano, fin dal I secolo, di una certa struttura gerarchica e di una organizzazione.
19. A Gerusalemme, a Cesarea, ad Antiochia, a Joppe (Giaffa) e in Samaria, Pietro fonda altre comunità cristiane. Anche a Rorna, probabilmente fu Pietro il fondatore della locale comunità cristiana.
20. Altri Apostoli fondano comunità in Egitto, nella Cappadocia, in Armenia e in zone dell'Asia Minore (Porto, Frigia, Bitinia).
21. Una presenza così numerosa di focolai di Cristianesimo è attestata da fonti storiche non cristiane. Abbiamo ricordato, nel capitolo precedente, la lettera di Plinio il Giovane (anno 112) all'imperatore Traiano, nella quale si legge: "Il Cristianesimo è professato da un gran numero d'ambo i sessi, di ogni età e classe sociale" e nella quale si dice che questa nuova Religione è ormai diffusa non solo nelle città ma anche nei villaggi e nelle campagne.
22. Queste comunità cristiane sono tra loro assai distanti e soprattutto sono spesso indipendenti una dall'altra. Tra alcune di esse non mancheranno scontri e rivalità che sfoceranno, talvolta, in dure lotte di carattere dottrinale, fino a giungere successivamente a dolorose separazioni.
23. Ma su di un punto esse concordano sempre: nel ritenere gli scritti di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni i soli autentici Vangeli, realmente scritti dai quattro personaggi suddetti, tutti vissuti nel I secolo d.C.
24. Questo è un primo dato che gioca a favore dell'autenticità dei Vangeli, da prendere in seria considerazione. Ma ve ne sono altri.
25. Tra il 95 ed il 150 d.C. visse Papia, che fu anche vescovo di Gerapoli, in Asia Minore. Papia fu discepolo di un altro grande della Chiesa, san Policarpo, vescovo di Smirne. E san Policarpo fu amico e discepolo di san Giovanni Apostolo, l'autore del quarto Vangelo.
26. Nelle sue "Spiegazioni dei detti del Signore", di cui ci parla lo storico Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, III, 39), Papia scrive: "Questo diceva il Presbitero: Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse con accuratezza, ma non con ordine, tutto ciò che ricordava delle parole o dei fatti del Signore. Egli, infatti, non aveva udito il Signore né era stato suo discepolo, ma più tardi, come dicevo, aveva accompagnato Pietro, il quale impartiva le sue istruzioni secondo i bisogni, ma senza fare esposizione ordinata dei detti del Signore, cosicché non commise colpa Marco scrivendo alcune cose così come le ricordava. Egli ebbe una sola preoccupazione, di non omettere nulla di quanto aveva inteso e di non introdurre alcun errore...
Quanto a Matteo, egli in lingua ebraica ordinò i detti del Signore e ciascuno l'interpretò come era capace di fare".
27. Nella testimonianza di Papia si fa cenno ad un "Presbitero". A detta degli studiosi si tratta proprio di san Giovanni apostolo, le cui parole furono riferite a Papia probabilmente proprio da quel Policarpo discepolo dell'autore del quarto Vangelo.
28. Siamo davanti ad una testimonianza preziosa, la cui fonte potrebbe risalire, con la mediazione di san Policarpo, nientemeno che ad Lui Apostolo del Signore, autore di un Vangelo. Papia parla solo di un Vangelo di Matteo e di uno di Marco; tace sugli altri due e così facciamo, - per ora, anche noi. Segnala che Marco era "interprete di Pietro" e "aveva accompagnato" il Principe degli Apostoli. Pertanto, Marco è certamente vissuto in età apostolica e il suo Vangelo va datato al I secolo.
29. La documentazione storica ci offre altre testimonianze importanti a conferma dell'autenticità dei Vangeli.
30. Nell'anno 185, Ireneo, vescovo di Lione (Gallia), scrive: "Matteo fra gli Ebrei nella propria lingua di essi produsse un Vangelo, nel tempo in cui Pietro e Paolo predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa. Quindi, dopo la dipartita di costoro, Marco, discepolo e segretario di Pietro, ci trasmise anch'egli per iscritto le cose predicate da Pietro. A sua volta, Luca, compagno di Paolo, compose in un libro il Vangelo predicato da quello. Infine, Giovanni, il discepolo del Signore, quello che riposò pure sul petto di Lui, anch'egli pubblicò un Vangelo, mentre dimorava in Efeso d'Asia... Esistono dunque solo quattro Vangeli né più né meno. Come quattro sono le parti del mondo e quattro i venti principali (...) È manifesto quindi che il Verbo ci ha dato il Vangelo quadriforme, permeato da un solo spirito" (Adversus Haereses, III, 1, 1).
31. Dunque, al tempo di Ireneo, sul finire del II secolo, è assodato che gli unici Vangeli ai quali la Chiesa attribuisce valore sono quelli di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni. Ireneo ci offre una datazione dei Vangeli ancora generica, ma molto significativa: Matteo scrive "nel tempo in cui Pietro e Paolo predicarono a Roma e vi fondarono la Chiesa", quindi prima del 64/67 d.C., anno della loro morte. Ci informa, inoltre, che Luca, autore del terzo Vangelo, era compagno di Paolo mentre Giovanni, autore del quarto, era apostolo di Gesìi. Dunque, tutti uomini vissuti nel primo secolo, che scrissero i Vangeli certamente in età apostolica.
32. La testimonianza di Ireneo è preziosa sia per l'autorevolezza della fonte, perché egli fu uomo di profonda cultura e di grande prestigio e autorità nella Chiesa primitiva, sia perché, sebbene giovanissimo, conobbe personalmente san Policarpo, discepolo dell'Apostolo Giovanni.
33. Un altro testimone che conferma l'autenticità dei Vangeli è Clemente Alessandrino (Atene 150 ca. - 212 ca.), di cui ci siamo già occupati quando abbiamo esaminato il pensiero cattolico riguardo l'esistenza di Dio. Uomo coltissimo, educato nel paganesimo, conosceva perfettamente i filosofi greci e il Nuovo ed Antico Testamento, citati nei suoi scritti per almeno 3.500 volte.
34. Ricordando le sue Ipotiposi, una raccolta in otto libri di appunti sulla Sacra Scrittura, Eusebio di Cesarea scrive: "In questi stessi libri Clemente espone, circa la serie dei Vangeli, la tradizione degli antichi presbiteri che è questa. Egli dice che sono stati scritti dapprima i Vangeli che contengono le genealogie del Salvatore (Matteo, Luca), e che quello secondo Marco ha avuto la seguente origine. Avendo Pietro predicato pubblicamente a Roma la Parola di Dio ed esposto il Vangelo in virtù dello Spirito Santo, i molti che erano stati presenti esortarono Marco come colui che l'aveva seguito da gran tempo e si ricordava delle cose dette, di mettere per iscritto le cose pronunciate. Avendo fatto ciò, Marco consegnò il Vangelo a quelli che l'avevano pregato. Pietro risaputo ciò non volle esplicitamente né impedire né incitare. Ultimo, pertanto, è Giovanni: vedendo che negli Evangeli precedenti erano state manifestate le cose corporee (ea quae ad corpus Christi pertinent), spinto dagli amici, divinamente portato dallo Spirito Santo, produsse un Vangelo spirituale" (Historia Ecclesiastica, VI, 14).
35. Come si può notare, anche Clemente Alessandrino attesta i nomi degli Evangelisti e l'epoca in cui furono scritti, certamente il I secolo, offrendoci un ulteriore dato storico in favore della loro autenticità.
36. Un altro testimone in favore dell'autenticità dei Vangeli è un discepolo di Clemente Alessandrino, suo successore, a partire dall'anno 203, nella Scuola di Alessandria. Stiamo parlando di Origene, autore di un Commentario in Matteo, in cui scrisse: "Ecco quanto appresi dalla tradizione intorno ai quattro Vangeli, che sono gli unici ammessi senza controversia dalla Chiesa di Dio. Dapprima fu composto il Vangelo secondo Matteo, il quale una volta era pubblicano e in seguito divenne Apostolo di Gesù Cristo. Egli pubblicò il Vangelo in lingua ebraica per i Giudei convertiti alla fede. Il secondo è quello composto da Marco dietro quantogli aveva esposto Pietro... Il terzo è quello secondo Luca, il Vangelo raccomandato da Paolo, scritto a favore dei Gentili. L'ultimo quello secondo Giovanni" (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, VI, 25).
37. Un'altra testimonianza è quella di Tertulliano, autore del Libro contro Marcione, scritto intorno al 200. Egli scrive: "Abbiamo stabilito prima di tutto che lo strumento evangelico ha per autori gli Apostoli ai quali il Sitgnore stesso diede l'incarico di promulgare il Vangelo. Quando ne furono autori dei discepoli, non rimasero però isolati, bensì in comunione con gli Apostoli; poiché la predicazione dei discepoli potrebbe essere sospettata di una gloria, se non fosse garantita dall'autorità dei maestri, anzi dall'autorità di Cristo che conferì il magistero agli Apostoli. Così, tra gli Apostoli, Gioranni e Matteo ci hanno comunicato la fede; tra i loro discepoli, Luca e Marco la rinnorano" (Adversus Marcionem, IV 2).
38. Fino ad ora abbiamo esaminato una serie di testimonianze molto antiche, tutte concordi sull'autenticità dei quattro Vangeli. Dobbiamo ricordare che queste testimonianze provengono da uomini autorevoli, prestigiosi, di grande cultura anche se diversi tra loro per sensibilità e formazione. Tutti però attestano che la Chiesa primitiva riteneva ispirati, dunque canonici, solo i Vangeli di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni, che furono scritti nel I secolo.
39. A questa serie di documenti ne possiamo aggiungere un altro di incomparabile valore. Si tratta del celebre Canone Muratoriano, un rammento datato verso la metà del II secolo d.C., scoperto dallo storico Ludovico Antonio Muratori (1672 - 1750) nella Biblioteca Ambrosiana di Milano e reso pubblico nell'anno 1742.
40. È un frammento incompleto. Contiene il catalogo dei Libri del Nuovo Testamento, ma è privo dell'inizio e della fine. Pur così mutilato, esso esordisce affermando"... il terzo Vangelo è di Luca, medico, compagno di Paolo,... il quarto è di Giovanni, uno dei discepoli".
41. In realtà, prima dell'esordio sopra ricordato, vi sono alcune parole che concludono una frase precedente, della quale non si ha l'inizio, andato perso. Gli studiosi concordano che si riferisca al Vangelo di Marco. Ma a noi importa notare come il Codice Muratoriano enumera i Vangeli di Luca e di Giovanni, definendoli rispettivamente "il terzo" e "il quarto".
42. Non è proprio difficile credere, anche sulla base delle altre testimonianze che abbiamo ricordato, che i primi due Vangeli, dei quali certamente il Codice Muratoriano riferiva, dovevano essere quelli di Matteo e di Marco.
43. A questo punto della nostra ricerca si impone una conclusione. Tutti i dati storici che abbiamo riferito concordano nel ritenere i Vangeli scritti nel primo secolo e proprio dai noti quattro Evangelisti. Dunque, la loro autenticità è pienamente confermata. Nello stesso secolo in cui Cristo era vissuto, dopo la sua morte e risurrezione, vi sono testimoni che hanno messo per iscritto ciò che avevano visto o udito. Il dato è di straordinaria importanza.
44. Quelle che abbiamo ricordato fino ad ora sono prove che gli studiosi definiscono "esterne" ai Vangeli. Vi sono anche prove "interne", cioè prove che possiamo ricavare da un attento esame del testo evangelico. Qui ne proponiamo soltanto due.
45. La prima. Se si pone attenzione alla Chiesa così come è descritta nei Vangeli, essa ci appare certamente dotata di un "Capo" ("Tu sei Pietro") e di una primitiva scala gerarchica, occupata dagli Apostoli. Ma nei Vangeli non vi è alcun cenno di quella struttura gerarchica più complessa, che nasce subito ma che ci è ricordata da altri scritti del Nuovo Testamento, composta di Vescovi, presbiteri e diaconi.
46. Questa mancanza si spiega solo se si ammette che i Vangeli sono stati scritti prima che la Chiesa si strutturasse completamente, quindi in un tempo estremamente vicino alla morte del Signore, avvenuta nel 30 d.C.
47. La seconda. Stando ai Vangeli, gli unici avversari che incontra Gcsù Cristo sono Farisei, Sadducel e Scribi. Manca qualsiasi riferimento ai primi terribili avversari del Cristianesimo primitivo: Gnostici, Doceti, Montanisti, etc. Neppure si trova nei Vangeli alcun riferimento alle persecuzioni scatenate periodicamente dalle autorità dell'Impero di Roma che ebbero, però, una notevole ripercussione sulla vita delle prime comunità cristiane.
48. Questo silenzio su eventi che sconvolsero la vita della Chiesa primitiva si spiega solo ammettendo che i Vangeli sono stati scritti quando le eresie e le persecuzioni sopra ricordate non erano ancora avvenute, quindi proprio a ridosso della vita terrena di Gesù di Nazareth.
49. La nostra ricerca sull'autenticità dei Vangeli andrebbe completata esaminando più a fondo la data della loro composizione. Fino ad ora, abbiamo visto che furono scritti nel I secolo, ma possiamo essere più precisi.
50. Affronteremo questo tema nel capitolo dedicato alla "veridicità" dei Vangeli. Prima, dobbiamo accertare se questi documenti sono giunti fino a noi integralmente, senza alterazioni. È ciò che faremo nelle pagine che seguono immediatamente.
" Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce o già per iscritto, redigendo una sintesi delle altre o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere".
( Dei Verbum, 19)
http://apologetica.altervista.org/libri_perche_credere11.htm
L’attendibilità (la “solidità”) dei Vangeli
L’attendibilità (la “solidità”) dei Vangeli
Luca l’autore del terzo vangelo premette alla sua opera in due volumi un “proemio” come fanno gli scrittori classici di storiografia e geografia. Egli lo riprende, in forma più breve, all’inizio del secondo volume – chiamato dal II secolo «Atti degli apostoli» – riassumendo il contenuto del vangelo: «Nel primo racconto, o Teofilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo...».[1] Nel proemio egli s’impegna a fare un resoconto ordinato e completo degli avvenimenti che riguardano la vicenda di Gesù e della Chiesa protocristiana, sulla base della tradizione orale che parte dai “testi oculari”. Lo scopo è di dare a Teofilo (= amico di Dio), rappresentante dei destinatari della sua opera, una documentazione “attendibile” delle cose di cui ha sentito parlare. La “solidità” – avsfa,leia – di cui si parla alla fine del proemio, può essere intesa in senso “teologico” – le promesse di Dio a Israele e le parole di Gesù ai discepoli si sono realmente compiute – ma anche nella sua valenza storiografica.
L’autore del vangelo si preoccupa di collocare la vicenda di Gesù dentro le coordinate spazio-temporali di un racconto storicamente attendibile. In altri termini, la figura e l’opera di Gesù non sono un prodotto di fantasia o di fanatismo religioso, ma si radicano nella storia. Nel suo ultimo discorso davanti ad Erode Agrippa II e al governatore romano Porcio Festo, a Cesarea Marittima, prima di essere trasferito a Roma per il processo, Paolo dice, interpellando Agrippa: «Il re è al corrente di queste cose e davanti a lui parlo con franchezza. Penso infatti che niente di questo gli sia sconosciuto, perché non sono fatti accaduti in segreto».[2]
Luca racconta la vicenda di Gesù secondo i modelli storiografici del suo tempo, utilizzando le fonti disponibili – la tradizione e le prime narrazioni scritte – dentro un quadro interpretativo desunto dalla sua fede in Gesù Cristo, il Signore e il Figlio di Dio. Sulla base dello schema del proemio lucano, nell’epoca moderna si ricostruisce la storia della formazione dei vangeli per verificarne l’attendibilità. Tra il Gesù vissuto nella Palestina degli anni trenta e i vangeli scritti passano circa quarant’anni. Nel percorso che va da Gesù ai vangeli vi sono due momenti decisivi. Il primo è il passaggio dall’attività e dall’insegnamento di Gesù alla testimonianza e predicazione su Gesù da parte dei discepoli; il secondo è il passaggio dalla tradizione orale alla stesura scritta dei singoli vangeli da parte dei redattori. A ognuna di queste svolte si ripropone l’interrogativo: Qual è lo scopo dell’annuncio o della predicazione su Gesù? Qual è lo scopo dei redattori finali dei vangeli? Informare sulla vicenda storica di Gesù o suscitare e sostenere la fede in lui, il Cristo vivente?
Attualmente c’è un sostanziale accordo nel ritenere che lo scopo dei vangeli scritti e della tradizione precedente è di annunciare Gesù come Cristo e Signore. I vangeli sono documenti di fede in Gesù Cristo risorto. Con questo non s’esclude l’interesse degli autori dei vangeli per la realtà storica di Gesù, per ciò che egli ha fatto e detto, per le vicende della sua morte. Questo interesse è subordinato allo scopo primario di cogliere e sottolineare il significato delle sue parole e dei suoi gesti. I vangeli non sono un riassunto del messaggio di Gesù e neppure una cronaca della sua attività, ma documenti d’una tradizione viva e fedele, scritti da autori cristiani impegnati.
I vangeli attestano la fede in Gesù Cristo. Si tratta però della fede in una persona che è vissuta, ha parlato e agito concretamente in uno spazio e in un tempo preciso. In altri termini, la fede dei discepoli e delle prime comunità cristiane in Gesù Cristo, il Signore risorto, è inseparabile dalla loro esperienza storica della vita e morte di Gesù di Nazareth. Lo stesso metodo che permette di ricostruire le tappe della formazione dei vangeli offre gli strumenti per verificare l’attendibilità storica del materiale in essi confluito.
Il metodo della cosiddetta «storia delle forme», utilizzato per ricostruire i motivi e le esigenze dell’ambiente che ha conservato e trasmesso le piccole unità letterarie dei vangeli – racconti di miracolo, controversie, parabole, ecc. – può essere applicato anche al periodo precedente la Pasqua per ricostruire la situazione vitale della comunità dei discepoli raccolti attorno a Gesù. Prima della morte e risurrezione di Gesù vi è la tendenza a conservare e trasmettere ciò che Gesù insegna e quello che egli compie nei villaggi della Galilea e a Gerusalemme. Nei vangeli attuali le sentenze di Gesù sono raccolte in una forma che ricorda la tecnica d’insegnamento dei maestri ebrei del suo tempo.
Alcuni insegnamenti o sentenze risentono d’una situazione che si è avuta soltanto prima della Pasqua di risurrezione; così alcune parole sulla fine tragica di Gesù sono troppo oscure ed allusive per essere state ricostruite dopo gli avvenimenti di Pasqua; l’insegnamento centrale del Vangelo – l’annuncio del regno di Dio da parte di Gesù – si colloca in una situazione storica che non è più attuale dopo la sua risurrezione, quando il contenuto dell’annuncio riguarda Gesù Cristo risorto.
La tradizione delle parole di Gesù inizia nella cerchia dei discepoli raccolti attorno alla sua persona. Questa tradizione si prolunga in quella successiva alla Pasqua, sotto il controllo e la responsabilità delle stesse persone che sono vissute con Gesù, i “dodici” discepoli. La memoria di quello che Gesù ha detto e fatto si conserva e trasmette in una comunità strutturata e per mezzo d’incaricati sicuri in modo tale che la continuità e la fedeltà con la fonte originaria sono sufficientemente garantite.
Per verificare l’attendibilità storica del materiale raccolto nei vangeli si può ripercorrere la strada che va dai testi evangelici a Gesù di Nazareth, seguendo alcuni criteri. Il primo è quello delle testimonianze molteplici ed incrociate: una parola o un’azione di Gesù, riferita nei vangeli, è attendibile quando è attestata da più e diversi strati della tradizione. Il secondo criterio è quello della “discontinuità”, nel senso che una parola o un atteggiamento di Gesù è attendibile quando non può essere pensato come un prodotto né dell’ambiente giudaico contemporaneo né dell’ambiente cristiano successivo. Il terzo si chiama “criterio della continuità”. Si considera attendibile una parola o azione di Gesù quando è in sintonia con il suo ambiente vitale (Sitz im leben), con la situazione socio-culturale del suo tempo e soprattutto è conforme con l’originalità della sua persona e del suo messaggio. Negli ultimi decenni sono stati proposti altri criteri di carattere più sintetico. Tra questi si può ricordare quello detto dell’imbarazzo, nel senso che una sentenza o azione di Gesù, che crea problemi per la tradizione che ne conserva memoria, è storicamente “attendibile”. I vari metodi per verificare l’attendibilità storica dei Vangeli sono validi ed efficaci se sono usati in modo complementare e convergente.
Alla fine, però, si deve riconoscere che l’insegnamento e l’attività di Gesù non si lasciano ridurre alle dimensioni di una realtà storica oggettiva. Con i suoi gesti e con le sue parole Gesù rivendica un’autorità e identità che interpellano non solo lo storico, ma l’essere umano in quanto tale. Gesù si presenta come uno che decide del significato della vita di ogni essere umano. Alla domanda: «Voi chi dite che io sia?», non si risponde con una formula, ma con la decisione di condividere o meno il suo destino.
http://avemaria.myblog.it/archive/2010/01/18/l-attendibilita-dei-vangeli.html
Luca l’autore del terzo vangelo premette alla sua opera in due volumi un “proemio” come fanno gli scrittori classici di storiografia e geografia. Egli lo riprende, in forma più breve, all’inizio del secondo volume – chiamato dal II secolo «Atti degli apostoli» – riassumendo il contenuto del vangelo: «Nel primo racconto, o Teofilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo...».[1] Nel proemio egli s’impegna a fare un resoconto ordinato e completo degli avvenimenti che riguardano la vicenda di Gesù e della Chiesa protocristiana, sulla base della tradizione orale che parte dai “testi oculari”. Lo scopo è di dare a Teofilo (= amico di Dio), rappresentante dei destinatari della sua opera, una documentazione “attendibile” delle cose di cui ha sentito parlare. La “solidità” – avsfa,leia – di cui si parla alla fine del proemio, può essere intesa in senso “teologico” – le promesse di Dio a Israele e le parole di Gesù ai discepoli si sono realmente compiute – ma anche nella sua valenza storiografica.
L’autore del vangelo si preoccupa di collocare la vicenda di Gesù dentro le coordinate spazio-temporali di un racconto storicamente attendibile. In altri termini, la figura e l’opera di Gesù non sono un prodotto di fantasia o di fanatismo religioso, ma si radicano nella storia. Nel suo ultimo discorso davanti ad Erode Agrippa II e al governatore romano Porcio Festo, a Cesarea Marittima, prima di essere trasferito a Roma per il processo, Paolo dice, interpellando Agrippa: «Il re è al corrente di queste cose e davanti a lui parlo con franchezza. Penso infatti che niente di questo gli sia sconosciuto, perché non sono fatti accaduti in segreto».[2]
Luca racconta la vicenda di Gesù secondo i modelli storiografici del suo tempo, utilizzando le fonti disponibili – la tradizione e le prime narrazioni scritte – dentro un quadro interpretativo desunto dalla sua fede in Gesù Cristo, il Signore e il Figlio di Dio. Sulla base dello schema del proemio lucano, nell’epoca moderna si ricostruisce la storia della formazione dei vangeli per verificarne l’attendibilità. Tra il Gesù vissuto nella Palestina degli anni trenta e i vangeli scritti passano circa quarant’anni. Nel percorso che va da Gesù ai vangeli vi sono due momenti decisivi. Il primo è il passaggio dall’attività e dall’insegnamento di Gesù alla testimonianza e predicazione su Gesù da parte dei discepoli; il secondo è il passaggio dalla tradizione orale alla stesura scritta dei singoli vangeli da parte dei redattori. A ognuna di queste svolte si ripropone l’interrogativo: Qual è lo scopo dell’annuncio o della predicazione su Gesù? Qual è lo scopo dei redattori finali dei vangeli? Informare sulla vicenda storica di Gesù o suscitare e sostenere la fede in lui, il Cristo vivente?
Attualmente c’è un sostanziale accordo nel ritenere che lo scopo dei vangeli scritti e della tradizione precedente è di annunciare Gesù come Cristo e Signore. I vangeli sono documenti di fede in Gesù Cristo risorto. Con questo non s’esclude l’interesse degli autori dei vangeli per la realtà storica di Gesù, per ciò che egli ha fatto e detto, per le vicende della sua morte. Questo interesse è subordinato allo scopo primario di cogliere e sottolineare il significato delle sue parole e dei suoi gesti. I vangeli non sono un riassunto del messaggio di Gesù e neppure una cronaca della sua attività, ma documenti d’una tradizione viva e fedele, scritti da autori cristiani impegnati.
I vangeli attestano la fede in Gesù Cristo. Si tratta però della fede in una persona che è vissuta, ha parlato e agito concretamente in uno spazio e in un tempo preciso. In altri termini, la fede dei discepoli e delle prime comunità cristiane in Gesù Cristo, il Signore risorto, è inseparabile dalla loro esperienza storica della vita e morte di Gesù di Nazareth. Lo stesso metodo che permette di ricostruire le tappe della formazione dei vangeli offre gli strumenti per verificare l’attendibilità storica del materiale in essi confluito.
Il metodo della cosiddetta «storia delle forme», utilizzato per ricostruire i motivi e le esigenze dell’ambiente che ha conservato e trasmesso le piccole unità letterarie dei vangeli – racconti di miracolo, controversie, parabole, ecc. – può essere applicato anche al periodo precedente la Pasqua per ricostruire la situazione vitale della comunità dei discepoli raccolti attorno a Gesù. Prima della morte e risurrezione di Gesù vi è la tendenza a conservare e trasmettere ciò che Gesù insegna e quello che egli compie nei villaggi della Galilea e a Gerusalemme. Nei vangeli attuali le sentenze di Gesù sono raccolte in una forma che ricorda la tecnica d’insegnamento dei maestri ebrei del suo tempo.
Alcuni insegnamenti o sentenze risentono d’una situazione che si è avuta soltanto prima della Pasqua di risurrezione; così alcune parole sulla fine tragica di Gesù sono troppo oscure ed allusive per essere state ricostruite dopo gli avvenimenti di Pasqua; l’insegnamento centrale del Vangelo – l’annuncio del regno di Dio da parte di Gesù – si colloca in una situazione storica che non è più attuale dopo la sua risurrezione, quando il contenuto dell’annuncio riguarda Gesù Cristo risorto.
La tradizione delle parole di Gesù inizia nella cerchia dei discepoli raccolti attorno alla sua persona. Questa tradizione si prolunga in quella successiva alla Pasqua, sotto il controllo e la responsabilità delle stesse persone che sono vissute con Gesù, i “dodici” discepoli. La memoria di quello che Gesù ha detto e fatto si conserva e trasmette in una comunità strutturata e per mezzo d’incaricati sicuri in modo tale che la continuità e la fedeltà con la fonte originaria sono sufficientemente garantite.
Per verificare l’attendibilità storica del materiale raccolto nei vangeli si può ripercorrere la strada che va dai testi evangelici a Gesù di Nazareth, seguendo alcuni criteri. Il primo è quello delle testimonianze molteplici ed incrociate: una parola o un’azione di Gesù, riferita nei vangeli, è attendibile quando è attestata da più e diversi strati della tradizione. Il secondo criterio è quello della “discontinuità”, nel senso che una parola o un atteggiamento di Gesù è attendibile quando non può essere pensato come un prodotto né dell’ambiente giudaico contemporaneo né dell’ambiente cristiano successivo. Il terzo si chiama “criterio della continuità”. Si considera attendibile una parola o azione di Gesù quando è in sintonia con il suo ambiente vitale (Sitz im leben), con la situazione socio-culturale del suo tempo e soprattutto è conforme con l’originalità della sua persona e del suo messaggio. Negli ultimi decenni sono stati proposti altri criteri di carattere più sintetico. Tra questi si può ricordare quello detto dell’imbarazzo, nel senso che una sentenza o azione di Gesù, che crea problemi per la tradizione che ne conserva memoria, è storicamente “attendibile”. I vari metodi per verificare l’attendibilità storica dei Vangeli sono validi ed efficaci se sono usati in modo complementare e convergente.
Alla fine, però, si deve riconoscere che l’insegnamento e l’attività di Gesù non si lasciano ridurre alle dimensioni di una realtà storica oggettiva. Con i suoi gesti e con le sue parole Gesù rivendica un’autorità e identità che interpellano non solo lo storico, ma l’essere umano in quanto tale. Gesù si presenta come uno che decide del significato della vita di ogni essere umano. Alla domanda: «Voi chi dite che io sia?», non si risponde con una formula, ma con la decisione di condividere o meno il suo destino.
http://avemaria.myblog.it/archive/2010/01/18/l-attendibilita-dei-vangeli.html
mercoledì 29 aprile 2009
Quello che la Bibbia non ha mai raccontato
Quello che la Bibbia non ha mai raccontato
Una grande mostra d'arte dedicata ai libri apocrifi. Cioè alle storie e ai personaggi di cui le Scritture canoniche non parlano. Non per invalidare i Vangeli e la Chiesa, ma per renderli più vicini a noi
di Sandro Magister
ROMA, 28 aprile 2009 – Un anno fa misero in mostra la Genesi. L'anno prima l'Apocalisse. Ed entrambe le volte richiamarono a Illegio, piccolo borgo di montagna sulle Alpi della Carnia, un gran numero di visitatori, incantati dai capolavori d'arte lì raccolti da importanti musei d'Italia e del mondo. Fu tale il successo che la mostra sull'Apocalisse fu addirittura replicata a Roma, nei Musei Vaticani.
Quest'anno, dal 24 aprile al 4 ottobre, a Illegio sono in mostra gli Apocrifi. Cioè le memorie e le leggende non scritte nei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento ma entrate nella tradizione cristiana, riprese dall'arte e raffigurate anche in tante chiese.
A cominciare dal bue e dall'asinello accanto al neonato Gesù, sono numerosi gli episodi e i personaggi della storia sacra tramandati al di fuori dei testi canonici della Bibbia. Ad esempio la nascita e l'infanzia di Maria con i suoi genitori Anna e Gioacchino, il suo sposalizio con Giuseppe, i nomi e le vicende dei Magi, i particolari della fuga in Egitto, la "dormizione" della Madonna e la sua assunzione al cielo.
Sono ottanta le opere raccolte ad Illegio con soggetto gli Apocrifi e con autori di prima grandezza, come Bruegel e Guercino, Dürer e Caravaggio. Di quest'ultimo, nelle prime settimane della mostra, è esposto lo splendido "Riposo nella fuga in Egitto" conservato nella Galleria Doria Pamphili di Roma. Con Maria e il Bambino dormienti e un angelo che accompagna al violino un mottetto con parole del Cantico dei Cantici. Giuseppe regge lo spartito musicale e l'asino guarda ed ascolta, estasiato.
Sulla copertina del catalogo della mostra edito da Skira c'è un dipinto del Guercino del 1628 (vedi sopra) con l'incontro tra Gesù risorto e la madre: anche questo non raccontato dai Vangeli.
La scelta di dedicare la mostra agli Apocrifi non è priva di addentellati con l'uso odierno di alcuni testi extrascritturali. Dal "Codice da Vinci" alla vicenda di Giuda è oggi tutto un pullulare di libri e di film sostanzialmente mirati a invalidare i Vangeli: libri e film che si presentano come portatori di una "verità nascosta", occultata dagli stessi Vangeli e dalla Chiesa.
Questo della "verità nascosta" è un carattere che già apparteneva ai testi apocrifi di impronta gnostica dei primi secoli. Non sorprende che oggi ritrovi successo, con il moderno gnosticismo anticristiano.
Le opere d'arte esposte ad Illegio mostrano invece che larga parte degli Apocrifi hanno avuto e possono continuare ad avere tutt'altra funzione: non di contrastare e invalidare i Vangeli canonici, ma di dilatarne il racconto, di arricchirne la comprensione, di nutrire la devozione, in sostanziale continuità con la trama fondante delle Sacre Scritture.
E questa è una ragione in più per esplorare il vasto insieme degli scritti extracanonici. È ciò che fa qui di seguito in modo avvincente l'arcivescovo Gianfranco Ravasi, studioso di fama mondiale della Bibbia e della letteratura ad essa connessa, presidente del pontificio consiglio della cultura.
Ravasi è tra quelli che hanno presentato ufficialmente al pubblico la mostra di Illegio sugli Apocrifi, lo scorso 23 aprile, a Roma, nel palazzo dell'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. Il suo intervento è uscito anche su "L'Osservatore Romano" del 24 aprile 2009, col titolo: "Il canto del gallo arrostito e la conversione di Ponzio Pilato".
Ravasi si sofferma soprattutto sugli ampliamenti che gli Apocrifi hanno fatto dei racconti della Passione. La conversione di Ponzio Pilato è uno di questi sviluppi: entrato a tal punto nella tradizione, che la Chiesa etiopica venera come santo il procuratore romano che condannò a morte Gesù.
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La Pasqua secondo gli apocrifi. Giuda, Pilato, Maria
di Gianfranco Ravasi
È paradossale, ma non è impresa difficile quella di ordinare una mostra che abbia come filo conduttore i vangeli apocrifi, come appunto è testimoniato dalla grandiosa esposizione che si è aperta il 24 aprile a Illegio in Friuli, cittadina divenuta nota per i suoi straordinari eventi artistici.
Questa letteratura ebbe, infatti, uno straordinario successo proprio nell'arte e nella tradizione popolare. Sotto il termine di "apocrifi" – letteralmente, dal greco, i libri "nascosti" – si stende, infatti, un'immensa produzione letteraria e religiosa, anche di bassa qualità, che corre parallela ma autonoma rispetto all'Antico e al Nuovo Testamento i quali contengono invece i libri "canonici", ossia quelli riconosciuti dall'ebraismo e dal cristianesimo come testi sacri, ispirati da Dio. Questi documenti si distribuiscono anche nell'ultima fase dell'ebraismo anticotestamentario e costituiscono un capitolo della stessa letteratura religiosa giudaica.
Gli apocrifi giudaici sono almeno 65 testi diversi, composti a partire dal III secolo prima dell'era cristiana fino al II secolo, riconducibili ad ambiti e generi diversi. Importanti, ad esempio, sono certi scritti apocalittici come i tre diversi libri di Enoch che offrono una testimonianza variegata ma decisiva di molte concezioni del giudaismo. Significativi sono anche i "testamenti" messi in bocca a vari personaggi biblici come i vari patriarchi, oppure Giobbe, Mosè o Salomone. C'è, poi, una serie di opere di taglio filosofico o sapienziale, come l'antico racconto di Achikar, di origine babilonese, adottato e trasformato dal mondo giudaico e divenuto molto popolare. Non mancano, inoltre, preghiere, odi, salmi, alcuni venuti alla luce a Qumran, sulla costa del mar Morto, in una delle più celebri scoperte del secolo scorso. Sono da registrare anche aggiunte o approfondimenti liberi di testi biblici come la "Vita di Adamo ed Eva" o la storia d'amore tra Giuseppe e Asenet.
La mostra di Illegio, però, mette in scena rappresentazioni artistiche legate agli apocrifi cristiani che puntano a ricreare, spesso molto liberamente, la vita di Gesù dando origine a nuovi Vangeli – non mancano però Apocalissi o Atti di vari apostoli e lettere sul modello di quelle paoline. Si tratta di una massa rilevante di scritti cristiani, nati soprattutto dalla pietà popolare ma anche da ambiti colti: pensiamo agli scritti gnostici egiziani. Essi furono ben presto contestati, nonostante rivendicassero il desiderio di allinearsi e di completare i libri canonici. Questa esclusione, per altro spesso motivata a causa della loro qualità teologica discutibile e della loro fantasiosa creatività storica, non ne impedì l'ingresso nella devozione popolare, nella stessa storia della teologia, nella liturgia e soprattutto nella tradizione artistica dei secoli successivi.
Entriamo, dunque, anche noi come viandanti stupiti in questa selva di pagine, di immagini, di colpi di scena, di simboli, di fantasie. Qui appaiono, ad esempio, le "divine malefatte" di un Gesù ragazzo che fa morire e risorgere o mutare in capretti i compagni di giuoco, che paralizza il maestro che sta per picchiarlo a causa della sua sapienza troppo saccente, ma che sa guarire dai morsi di vipera e estrae prodigiosamente bimbi caduti in forni o pozzi, che aggiusta senza fatica manuale un letto sghembo uscito dalla falegnameria di Giuseppe.
Tra le decine di percorsi che si aprono davanti a noi in tale foresta letteraria ne scegliamo uno che ci conduca all'evento della Pasqua di Cristo, il periodo liturgico che ci sta accompagnando. Un'enorme massa di racconti segue, infatti, le ore della settimana che verrà poi chiamata "santa". Inseguiremo solo alcuni attori di quei giorni oscuri e gloriosi, prescindendo quindi dai vari soggetti esposti nella mostra friulana.
***
Il primo a venirci incontro è Giuda Iscariota, il traditore, un personaggio che ha continuato a generare nuovi "apocrifi" fino ai nostri giorni con vari romanzi e opere di autori diversi moderni. Per gli apocrifi antichi la storia del traditore di Gesù ha radici remote e molto fantasiose.
Figlio del sacerdote Caifa, fin da piccolo Giuda – secondo il "Vangelo arabo dell'infanzia del Salvatore", un apocrifo carissimo ai cristiani d'Oriente e persino ai musulmani – dava segni di possessione diabolica. Sua moglie, stando invece a un testo copto egiziano, aveva accolto presso di sé per allattarlo il figlio neonato di Giuseppe d'Arimatea, colui che avrebbe offerto la tomba di famiglia per deporvi il cadavere di Gesù. Ebbene, quando Giuda tornò a casa stringendo in mano i trenta denari del tradimento, quel neonato non volle più succhiare il latte. Venne, allora, convocato suo padre Giuseppe: appena il piccolo lo vide, prodigiosamente si mise a gridare: "Vieni, padre mio, portami via dalle mani di questa donna che è una bestia selvatica. Ieri, nell'ora nona, hanno preso il prezzo del sangue del Giusto". Infatti sempre secondo i testi apocrifi, era stata la moglie a spingere Giuda al tradimento per venalità: costringeva già da tempo il marito a rubare alla cassa comune dei discepoli che, come si legge nel Vangelo canonico di Giovanni (12, 6), era appunto gestita da Giuda.
Ma la scena più clamorosa è narrata dalle Memorie o Vangelo di Nicodemo, un famoso apocrifo greco, giunto a noi anche in versione copta e latina, forse dell'inizio del II secolo. Giuda, dopo aver tradito Gesù, si ritira a casa sua, cupo e deciso al suicidio. Sua moglie cerca di convincerlo a non impiccarsi, certa che Cristo non potrà mai risorgere. La donna sta arrostendo un gallo per il pranzo e scommette con il marito: "Nello stesso modo in cui questo gallo arrostito può cantare, così Gesù potrà risorgere. Ma, proprio mentre stava parlando, quel gallo allargò le ali e cantò tre volte. Giuda, allora, del tutto convinto, con la corda fece un capestro e andò a impiccarsi".
È evidente la ripresa in forma surreale ed esasperata del tema evangelico del gallo che canta al momento del tradimento di Pietro. Altri apocrifi dipingeranno la morte di Giuda, invece, come un'esplosione dopo che il suo corpo si era gonfiato a dismisura – c'è un libero riferimento ad Atti degli Apostoli 1, 18 – e rappresenteranno la sua anima mentre vaga disperata nell'Amenti, cioè negli inferi.
***
Non poteva mancare una fioritura apocrifa anche attorno a un altro attore del racconto evangelico delle ultime ore terrene di Gesù: il procuratore romano Ponzio Pilato. Lo scrittore e martire cristiano Giustino nel 155 circa chiamava "Atti di Pilato" quelle Memorie di Nicodemo a cui abbiamo appena accennato. Esse, infatti, contengono una vivace sceneggiatura del processo romano di Cristo, nei confronti del quale vengono avanzati come capi di imputazione la nascita impura da fornicazione e la violazione della legge, soprattutto quella del riposo sabbatico. Ma lasciamo la parola all'antico narratore che già esalta la grandezza sovrumana di Cristo. "Pilato chiamò un messo e gli ordinò: Mi sia condotto qui Gesù, ma con gentilezza! Il messo uscì e, quando riconobbe Gesù, lo adorò, stese a terra il sudario che aveva in mano e gli disse: Signore, cammina qui sopra e vieni perché il governatore ti chiama. [...] Quando Gesù entrò da Pilato, le immagini che i vessilliferi reggevano sulle insegne si inchinarono da sole e adorarono Gesù". Sfilano poi davanti a Pilato i testimoni a discarico: ciechi, paralitici, un gobbo, l'emorroissa, tutti guariti da Gesù, e Nicodemo, membro del Sinedrio giudaico.
Qui entra in scena la moglie stessa del procuratore della quale i vari apocrifi offrono anche il nome, Claudia Procula, o Procla: "Sapete che mia moglie – dice Pilato agli accusatori di Gesù – simpatizza con voi riguardo al giudaismo. Gli ebrei risposero: Sì, lo sappiamo! Pilato: Ecco, mia moglie mi ha mandato a dire: Non ci sia nulla tra te e quest'uomo giusto! Questa notte, infatti, ho sofferto molto a causa sua. Gli ebrei, allora, replicarono a Pilato: Non ti abbiamo forse detto che è un mago? È lui che ha inviato a tua moglie i fantasmi dei sogni".
È evidente anche in tal caso come la base narrativa del Vangelo canonico di Matteo (27, 19) venga ampliata con aggiunte di colore. A questo punto Pilato – stando al Vangelo di Pietro che è stato definito "il più antico racconto non canonico della Passione di Cristo" (scritto attorno al 100 e ritrovato solo nel 1887 in Alto Egitto nella tomba di un monaco) – "si alzò; nessuno degli ebrei si lavò le mani, né Erode né alcuno dei suoi giudici". Solo Pilato, dunque, si lava le mani dichiarando simbolicamente la sua innocenza. Poi, sempre secondo le Memorie di Nicodemo, "ordinò che fosse tirato il velo davanti alla sedia curule e disse a Gesù: Il tuo popolo ti accusa di assumere il titolo di re. Perciò ho decretato che, in ossequio alla legge dei pii imperatori, tu sia prima flagellato e poi appeso alla croce nel giardino dove sei stato catturato. Disma e Gesta, entrambi malfattori, saranno crocifissi con te". Appaiono così anche i nomi improbabili dei due compagni di crocifissione di Gesù, anonimi secondo Luca 23, 39-43.
È, però, soprattutto sulla vita successiva di Pilato che si scatenerà la fantasia apocrifa, compresa quella moderna: pensiamo al "Procuratore di Giudea" di Anatole France, a "Il punto di vista di Ponzio Pilato" di Paul Claudel, alla "Moglie di Pilato" di Gertrud von Le Fort, al "Ponzio Pilato" di Roger Caillois, al "Pilato" di Friedrich Dürrenmatt, al "Maestro e Margherita" di Michail A. Bulgakov e così via.
Ci è giunta dall'antichità cristiana una relazione apocrifa inviata da Pilato agli imperatori Tiberio e Claudio con i riscontri dei destinatari, una lettera di Pilato a Erode e una "Paradosi" di Pilato, cioè un'ipotetica "tradizione" storica delle sue vicende. C'erano persino apocrifi pagani su di lui, tant'è vero che lo storico cristiano Eusebio di Cesarea lamentava che l'imperatore Massimino Daia nel 311 avesse fatto distribuire nelle scuole delle false memorie di Pilato "piene di empietà contro Cristo" e avesse ordinato che i ragazzi le imparassero a memoria per istigarli all'odio contro il cristianesimo. Ma gli apocrifi cristiani si accaniranno in particolare sulla morte di Pilato con esiti antitetici.
Da un lato, la citata "Paradosi" descrive una fine tragica durante una partita di caccia con l'imperatore. "Un giorno Tiberio, andando a caccia, stava inseguendo una gazzella; ma, quando questa giunse davanti alla porta di una caverna, si fermò. Pilato si spinse a vedere. Tiberio lanciò nel frattempo una freccia per colpire l'animale, ma essa attraversò l'ingresso della caverna e uccise Pilato".
Più impressionante è la fine narrata da un altro testo e divenuta popolare nel Medioevo, secondo cui Pilato morì suicida a Roma con un colpo del suo prezioso pugnale. Gettato con un peso nel Tevere, il cadavere dovette essere ripescato perché attirava gli spiriti maligni rendendo pericolosa la navigazione sul fiume. Traslato a Vienne in Francia e immerso nel Rodano, dovette essere recuperato per la stessa ragione e sepolto a Losanna. Ma anche qui, a causa del suo corpo infestato di demoni, lo si dovette riesumare e scaraventare in un pozzo naturale, in alta montagna.
D'altro lato, la tradizione apocrifa cristiana esalta invece la conversione di Pilato che muore come martire, decapitato per ordine di Tiberio, e viene accolto in cielo da Cristo. Non per nulla la Chiesa etiopica venera come santo nel suo calendario liturgico il procuratore romano.
La stessa sorte toccherà a sua moglie Claudia Procula. Ecco, infatti, un'altra versione della fine di Pilato secondo la "Paradosi" che abbiamo sopra citato. "Il comandante Labio, incaricato dell'esecuzione capitale, troncò la testa di Pilato e un angelo del Signore la raccolse. Sua moglie Procula, vedendo l'angelo giunto a prendere la testa del marito, ebbe un trasporto di gioia ed emise l'ultimo respiro. Fu, così, sepolta con suo marito Pilato per volere e benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo". La conversione del procuratore era avvenuta in coincidenza della risurrezione di Cristo, secondo il Vangelo di Gamaliele, opera copta del V secolo. Infatti, "entrato nella tomba di Cristo, Pilato prese le bende mortuarie, le abbracciò e per la gran gioia scoppiò in lacrime. Si volse poi a un suo capitano che aveva perso un occhio in guerra e rifletté: Sono sicuro che queste bende restituiranno la luce al suo occhio. Avvicinò a lui le bende mortuarie e gli disse: Non senti, fratello, il profumo di queste bende? Non è un odore di cadavere ma di porpora regale impregnata di soavi aromi. [...] Il capitano prese quelle bende e si mise a baciarle dicendo: Sono certo che il corpo che voi avete avvolto è risorto dai morti! Nell'istante in cui il suo volto le toccò, il suo occhio guarì e vide la gioiosa luce del sole come prima. Fu come se Gesù avesse posto su di lui la mano, proprio come era accaduto al cieco nato".
***
Un capitolo particolare in molti Vangeli apocrifi è riservato ai testimoni della risurrezione che si moltiplicano rispetto ai Vangeli canonici e che diventano spettatori di epifanie clamorose. Ecco come lo stesso Pilato narra la sua esperienza secondo il citato Vangelo di Gamaliele: "Vidi Gesù al mio fianco! Il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli ebrei. Egli mi disse: Pilato, piangi forse perché hai fatto flagellare Gesù? Non aver paura! Sono io il Gesù che morì sull'albero della croce e sono io il Gesù che è risorto dai morti. Questa luce che tu vedi è la gloria della mia risurrezione che irradia di gioia il mondo intero! Corri, dunque, alla mia tomba: troverai le bende mortuarie che sono rimaste là e gli angeli che le custodiscono; gettati davanti ad esse e baciale, diventa assertore della mia risurrezione e vedrai nella mia tomba grandi miracoli: i paralitici camminare, i ciechi vedere e i morti risorgere. Sii forte, Pilato, per essere illuminato dallo splendore della mia risurrezione che gli ebrei negheranno". E di fatti Pilato giunto al sepolcro di Cristo – come si è già visto – passerà di sorpresa in sorpresa, incontrando anche il ladrone risorto.
C'è, dunque, un "altro" Cristo risorto che viene incontro negli scritti apocrifi a una folla di persone, rispetto alla ben più sobria e rigorosa narrazione dei Vangeli canonici.
Un'apparizione è riservata, ad esempio, anche all'apostolo Bartolomeo nell'omonimo vangelo apocrifo: in quell'occasione Gesù svela tutti i segreti dell'Ade, ove aveva trascorso il periodo tra la sua morte e l'alba di Pasqua. In un altro testo è Giuseppe d'Arimatea a incontrare il Signore risorto. Arrestato dai giudei per aver offerto a Gesù il sepolcro, egli vede avanzare Gesù con il ladrone pentito nella tenebra della sua cella: "Nella camera risplendette una luce accecante, l'edificio fu sospeso ai quattro angoli verso l'alto, si aprì un passaggio e io uscii. Ci mettemmo in viaggio per la Galilea, mentre attorno a Gesù brillava una luce insopportabile a occhio umano e dal ladrone emanava un gradito profumo che era quello del paradiso". Anche Pietro, al di là delle apparizioni pasquali "canoniche", ha un incontro straordinario registrato dagli Atti di Pietro, un apocrifo composto tra il 180 e il 190, sulla via di Roma, e divenuto la sostanza del "Quo Vadis?", il famoso romanzo che il polacco Henryk Sienkiewicz compose tra il 1894 e il 1896.
***
Particolarmente vivace è poi la tradizione apocrifa riguardante la madre di Gesù, Maria. I Vangeli canonici tacciono sull'incontro del Risorto con lei. Infatti, dopo la scena del Calvario (Giovanni 19, 25-27) si passa a quella degli Atti degli Apostoli secondo la quale i discepoli di Gesù "sono assidui e concordi nella preghiera" con Maria "al piano superiore della casa [di Gerusalemme] ove abitavano" (1, 13-14) e non si aggiunge nulla sull'incontro tra la Madre e il Risorto. A questo vuoto suppliscono abbondantemente gli apocrifi.
Riprendiamo tra le mani il Vangelo di Gamaliele. Maria, prostrata dal dolore, rimane in casa, ed è Giovanni che le riferisce le notizie sulla sepoltura del Figlio. Essa, tuttavia, non si rassegna a restar lontana dalla tomba di Gesù e, tra le lacrime, dice a Giovanni: "Anche se la tomba di mio Figlio fosse gloriosa come l'arca di Noè, io non ne avrei nessun conforto se non la potessi vedere per versarvi le mie lacrime. Giovanni le rispose: Come possiamo andarci? Davanti alla tomba sono di guardia quattro soldati dell'esercito del governatore! [...] La Vergine, però, non si lasciò trattenere e la domenica, di buon mattino, si recò al sepolcro. Giunta di corsa, si guardò intorno e fissò lo sguardo sulla pietra: era stata rotolata via dal sepolcro! Allora esclamò: Questo miracolo è avvenuto a favore di mio Figlio! Si sporse in avanti, ma non vide nel sepolcro il corpo del Figlio. Quando il sole spuntò, mentre il cuore di Maria era malinconico e triste, si sentì penetrare nella tomba dall'esterno un profumo aromatico: sembrava quello dell'albero della vita! La Vergine si voltò e in piedi, presso un cespuglio di incenso, vide Dio vestito con uno splendido abito di porpora celeste".
Maria, tuttavia, non riconosce in questa figura gloriosa suo Figlio. Allora inizia un dialogo simile a quello che il Vangelo di Giovanni (20, 11-18) intesse tra Maria Maddalena e il Cristo risorto e alla fine si ha lo scioglimento dell'enigma: "Non smarrirti, Maria, osserva bene il mio volto e convinciti che io sono tuo Figlio". E Maria replicherà augurandogli una "felice risurrezione", inginocchiandosi a adorarlo e a baciargli i piedi.
Un'altra testimonianza, ancor più fastosa, dell'apparizione del Risorto a sua madre è conservata in un frammento copto del V-VII secolo, traduzione di un testo più arcaico. "Il Salvatore apparve sul grande carro del Padre di tutto il mondo e, nella lingua della sua divinità, esclamò: Maricha, marima, Tiath. Che significa: Mariam, madre del Figlio di Dio! Mariam ne capiva il senso; perciò si volse e rispose: Rabbuní, Kathiath, Thamioth. Che significa: Figlio di Dio! Il Salvatore le disse: Salve a te, che hai portato la vita a tutto il mondo! Salve, madre mia, mia santa arca, mia città, mia dimora, mio abito di gloria del quale mi sono vestito venendo al mondo! Salve, mia brocca piena di acqua santa! Tutto il paradiso gioisce per merito tuo. Ti assicuro, Maria, mia madre: colui che ti ama, ama la vita. Poi il Salvatore aggiunse: Va' dai miei fratelli e di' loro che sono risorto dai morti e che andrò al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. [...] Maria disse a suo Figlio: Gesù, mio Signore e mio unico Figlio, prima di andare nei cieli dal tuo Padre, benedicimi perché io sono tua madre, anche se non vuoi che io ti tocchi! E Gesù, vita di tutti noi, le rispose: Tu sarai assisa con me nel mio regno. Allora, il Figlio di Dio s'innalzò sul suo carro di cherubini, mentre miriadi di angeli cantavano: Alleluia! Il Salvatore stese la mano destra e benedisse la Vergine".
Ormai con questo testo ci ritroviamo in un'altra regione, quella della devozione mariana, cara soprattutto alle Chiese d'Oriente. L'accento scivola sulla mariologia, lasciando sullo sfondo il riferimento cristologico.
***
La ricca esemplificazione che abbiamo offerto – sebbene si riferisca a una sola fase della storia di Gesù Cristo – non rende ragione del tutto riguardo alla molteplicità tematica e ai riflessi della varie situazioni ecclesiali che sono rivelati dalle pagine apocrife. Essa, però, riesce a mostrare in modo inequivocabile la qualità radicalmente differente, sia per attendibilità storica sia per rigore teologico, degli scritti canonici neotestamentari, esempio della loro essenzialità tematica e sobrietà narrativa.
Significativa, per contrasto, è l'elaborazione della "gnosi" – secondo la quale la salvezza è offerta solo dalla conoscenza – diffusa soprattutto in Egitto. Essa introdurrà, ad esempio, nel Vangelo di Tommaso una collezione di frasi o detti di Gesù evangelici ed extra-evangelici, alcuni di grande interesse storico, ma anche aprirà la stura a discutibili speculazioni teologiche, spesso molto elaborate e sofisticate e fin stravaganti.
In positivo potremmo dire che, però, domina un forte senso della grandezza dell'evento cristologico e una viva coscienza dell'identità cristiana. In un apocrifo egiziano gnostico, noto come il Vangelo di Filippo, si legge: "Se dici: Sono ebreo! nessuno si commuove. Se dici: Sono romano! nessuno trema. Se dici: Greco, barbaro, schiavo, libero! Nessuno si agita. Ma se dico: Sono cristiano! Il mondo trema".
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Il sito della mostra. con tutte le informazioni:
> Apocrifi. Memorie e leggende oltre i Vangeli
Promotore della mostra è il Comitato di San Floriano, animato da don Alessio Geretti, viceparroco della pieve e studioso dell'arte cristiana.
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Il servizio dedicato da www.chiesa alla precedente mostra sulla Genesi:
> Miracolo a Illegio, piccolo borgo di montagna (30.5.2008)
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Altri articoli di www.chiesa su temi affini:
> Focus su ARTE E MUSICA
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http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1338201
Una grande mostra d'arte dedicata ai libri apocrifi. Cioè alle storie e ai personaggi di cui le Scritture canoniche non parlano. Non per invalidare i Vangeli e la Chiesa, ma per renderli più vicini a noi
di Sandro Magister
ROMA, 28 aprile 2009 – Un anno fa misero in mostra la Genesi. L'anno prima l'Apocalisse. Ed entrambe le volte richiamarono a Illegio, piccolo borgo di montagna sulle Alpi della Carnia, un gran numero di visitatori, incantati dai capolavori d'arte lì raccolti da importanti musei d'Italia e del mondo. Fu tale il successo che la mostra sull'Apocalisse fu addirittura replicata a Roma, nei Musei Vaticani.
Quest'anno, dal 24 aprile al 4 ottobre, a Illegio sono in mostra gli Apocrifi. Cioè le memorie e le leggende non scritte nei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento ma entrate nella tradizione cristiana, riprese dall'arte e raffigurate anche in tante chiese.
A cominciare dal bue e dall'asinello accanto al neonato Gesù, sono numerosi gli episodi e i personaggi della storia sacra tramandati al di fuori dei testi canonici della Bibbia. Ad esempio la nascita e l'infanzia di Maria con i suoi genitori Anna e Gioacchino, il suo sposalizio con Giuseppe, i nomi e le vicende dei Magi, i particolari della fuga in Egitto, la "dormizione" della Madonna e la sua assunzione al cielo.
Sono ottanta le opere raccolte ad Illegio con soggetto gli Apocrifi e con autori di prima grandezza, come Bruegel e Guercino, Dürer e Caravaggio. Di quest'ultimo, nelle prime settimane della mostra, è esposto lo splendido "Riposo nella fuga in Egitto" conservato nella Galleria Doria Pamphili di Roma. Con Maria e il Bambino dormienti e un angelo che accompagna al violino un mottetto con parole del Cantico dei Cantici. Giuseppe regge lo spartito musicale e l'asino guarda ed ascolta, estasiato.
Sulla copertina del catalogo della mostra edito da Skira c'è un dipinto del Guercino del 1628 (vedi sopra) con l'incontro tra Gesù risorto e la madre: anche questo non raccontato dai Vangeli.
La scelta di dedicare la mostra agli Apocrifi non è priva di addentellati con l'uso odierno di alcuni testi extrascritturali. Dal "Codice da Vinci" alla vicenda di Giuda è oggi tutto un pullulare di libri e di film sostanzialmente mirati a invalidare i Vangeli: libri e film che si presentano come portatori di una "verità nascosta", occultata dagli stessi Vangeli e dalla Chiesa.
Questo della "verità nascosta" è un carattere che già apparteneva ai testi apocrifi di impronta gnostica dei primi secoli. Non sorprende che oggi ritrovi successo, con il moderno gnosticismo anticristiano.
Le opere d'arte esposte ad Illegio mostrano invece che larga parte degli Apocrifi hanno avuto e possono continuare ad avere tutt'altra funzione: non di contrastare e invalidare i Vangeli canonici, ma di dilatarne il racconto, di arricchirne la comprensione, di nutrire la devozione, in sostanziale continuità con la trama fondante delle Sacre Scritture.
E questa è una ragione in più per esplorare il vasto insieme degli scritti extracanonici. È ciò che fa qui di seguito in modo avvincente l'arcivescovo Gianfranco Ravasi, studioso di fama mondiale della Bibbia e della letteratura ad essa connessa, presidente del pontificio consiglio della cultura.
Ravasi è tra quelli che hanno presentato ufficialmente al pubblico la mostra di Illegio sugli Apocrifi, lo scorso 23 aprile, a Roma, nel palazzo dell'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. Il suo intervento è uscito anche su "L'Osservatore Romano" del 24 aprile 2009, col titolo: "Il canto del gallo arrostito e la conversione di Ponzio Pilato".
Ravasi si sofferma soprattutto sugli ampliamenti che gli Apocrifi hanno fatto dei racconti della Passione. La conversione di Ponzio Pilato è uno di questi sviluppi: entrato a tal punto nella tradizione, che la Chiesa etiopica venera come santo il procuratore romano che condannò a morte Gesù.
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La Pasqua secondo gli apocrifi. Giuda, Pilato, Maria
di Gianfranco Ravasi
È paradossale, ma non è impresa difficile quella di ordinare una mostra che abbia come filo conduttore i vangeli apocrifi, come appunto è testimoniato dalla grandiosa esposizione che si è aperta il 24 aprile a Illegio in Friuli, cittadina divenuta nota per i suoi straordinari eventi artistici.
Questa letteratura ebbe, infatti, uno straordinario successo proprio nell'arte e nella tradizione popolare. Sotto il termine di "apocrifi" – letteralmente, dal greco, i libri "nascosti" – si stende, infatti, un'immensa produzione letteraria e religiosa, anche di bassa qualità, che corre parallela ma autonoma rispetto all'Antico e al Nuovo Testamento i quali contengono invece i libri "canonici", ossia quelli riconosciuti dall'ebraismo e dal cristianesimo come testi sacri, ispirati da Dio. Questi documenti si distribuiscono anche nell'ultima fase dell'ebraismo anticotestamentario e costituiscono un capitolo della stessa letteratura religiosa giudaica.
Gli apocrifi giudaici sono almeno 65 testi diversi, composti a partire dal III secolo prima dell'era cristiana fino al II secolo, riconducibili ad ambiti e generi diversi. Importanti, ad esempio, sono certi scritti apocalittici come i tre diversi libri di Enoch che offrono una testimonianza variegata ma decisiva di molte concezioni del giudaismo. Significativi sono anche i "testamenti" messi in bocca a vari personaggi biblici come i vari patriarchi, oppure Giobbe, Mosè o Salomone. C'è, poi, una serie di opere di taglio filosofico o sapienziale, come l'antico racconto di Achikar, di origine babilonese, adottato e trasformato dal mondo giudaico e divenuto molto popolare. Non mancano, inoltre, preghiere, odi, salmi, alcuni venuti alla luce a Qumran, sulla costa del mar Morto, in una delle più celebri scoperte del secolo scorso. Sono da registrare anche aggiunte o approfondimenti liberi di testi biblici come la "Vita di Adamo ed Eva" o la storia d'amore tra Giuseppe e Asenet.
La mostra di Illegio, però, mette in scena rappresentazioni artistiche legate agli apocrifi cristiani che puntano a ricreare, spesso molto liberamente, la vita di Gesù dando origine a nuovi Vangeli – non mancano però Apocalissi o Atti di vari apostoli e lettere sul modello di quelle paoline. Si tratta di una massa rilevante di scritti cristiani, nati soprattutto dalla pietà popolare ma anche da ambiti colti: pensiamo agli scritti gnostici egiziani. Essi furono ben presto contestati, nonostante rivendicassero il desiderio di allinearsi e di completare i libri canonici. Questa esclusione, per altro spesso motivata a causa della loro qualità teologica discutibile e della loro fantasiosa creatività storica, non ne impedì l'ingresso nella devozione popolare, nella stessa storia della teologia, nella liturgia e soprattutto nella tradizione artistica dei secoli successivi.
Entriamo, dunque, anche noi come viandanti stupiti in questa selva di pagine, di immagini, di colpi di scena, di simboli, di fantasie. Qui appaiono, ad esempio, le "divine malefatte" di un Gesù ragazzo che fa morire e risorgere o mutare in capretti i compagni di giuoco, che paralizza il maestro che sta per picchiarlo a causa della sua sapienza troppo saccente, ma che sa guarire dai morsi di vipera e estrae prodigiosamente bimbi caduti in forni o pozzi, che aggiusta senza fatica manuale un letto sghembo uscito dalla falegnameria di Giuseppe.
Tra le decine di percorsi che si aprono davanti a noi in tale foresta letteraria ne scegliamo uno che ci conduca all'evento della Pasqua di Cristo, il periodo liturgico che ci sta accompagnando. Un'enorme massa di racconti segue, infatti, le ore della settimana che verrà poi chiamata "santa". Inseguiremo solo alcuni attori di quei giorni oscuri e gloriosi, prescindendo quindi dai vari soggetti esposti nella mostra friulana.
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Il primo a venirci incontro è Giuda Iscariota, il traditore, un personaggio che ha continuato a generare nuovi "apocrifi" fino ai nostri giorni con vari romanzi e opere di autori diversi moderni. Per gli apocrifi antichi la storia del traditore di Gesù ha radici remote e molto fantasiose.
Figlio del sacerdote Caifa, fin da piccolo Giuda – secondo il "Vangelo arabo dell'infanzia del Salvatore", un apocrifo carissimo ai cristiani d'Oriente e persino ai musulmani – dava segni di possessione diabolica. Sua moglie, stando invece a un testo copto egiziano, aveva accolto presso di sé per allattarlo il figlio neonato di Giuseppe d'Arimatea, colui che avrebbe offerto la tomba di famiglia per deporvi il cadavere di Gesù. Ebbene, quando Giuda tornò a casa stringendo in mano i trenta denari del tradimento, quel neonato non volle più succhiare il latte. Venne, allora, convocato suo padre Giuseppe: appena il piccolo lo vide, prodigiosamente si mise a gridare: "Vieni, padre mio, portami via dalle mani di questa donna che è una bestia selvatica. Ieri, nell'ora nona, hanno preso il prezzo del sangue del Giusto". Infatti sempre secondo i testi apocrifi, era stata la moglie a spingere Giuda al tradimento per venalità: costringeva già da tempo il marito a rubare alla cassa comune dei discepoli che, come si legge nel Vangelo canonico di Giovanni (12, 6), era appunto gestita da Giuda.
Ma la scena più clamorosa è narrata dalle Memorie o Vangelo di Nicodemo, un famoso apocrifo greco, giunto a noi anche in versione copta e latina, forse dell'inizio del II secolo. Giuda, dopo aver tradito Gesù, si ritira a casa sua, cupo e deciso al suicidio. Sua moglie cerca di convincerlo a non impiccarsi, certa che Cristo non potrà mai risorgere. La donna sta arrostendo un gallo per il pranzo e scommette con il marito: "Nello stesso modo in cui questo gallo arrostito può cantare, così Gesù potrà risorgere. Ma, proprio mentre stava parlando, quel gallo allargò le ali e cantò tre volte. Giuda, allora, del tutto convinto, con la corda fece un capestro e andò a impiccarsi".
È evidente la ripresa in forma surreale ed esasperata del tema evangelico del gallo che canta al momento del tradimento di Pietro. Altri apocrifi dipingeranno la morte di Giuda, invece, come un'esplosione dopo che il suo corpo si era gonfiato a dismisura – c'è un libero riferimento ad Atti degli Apostoli 1, 18 – e rappresenteranno la sua anima mentre vaga disperata nell'Amenti, cioè negli inferi.
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Non poteva mancare una fioritura apocrifa anche attorno a un altro attore del racconto evangelico delle ultime ore terrene di Gesù: il procuratore romano Ponzio Pilato. Lo scrittore e martire cristiano Giustino nel 155 circa chiamava "Atti di Pilato" quelle Memorie di Nicodemo a cui abbiamo appena accennato. Esse, infatti, contengono una vivace sceneggiatura del processo romano di Cristo, nei confronti del quale vengono avanzati come capi di imputazione la nascita impura da fornicazione e la violazione della legge, soprattutto quella del riposo sabbatico. Ma lasciamo la parola all'antico narratore che già esalta la grandezza sovrumana di Cristo. "Pilato chiamò un messo e gli ordinò: Mi sia condotto qui Gesù, ma con gentilezza! Il messo uscì e, quando riconobbe Gesù, lo adorò, stese a terra il sudario che aveva in mano e gli disse: Signore, cammina qui sopra e vieni perché il governatore ti chiama. [...] Quando Gesù entrò da Pilato, le immagini che i vessilliferi reggevano sulle insegne si inchinarono da sole e adorarono Gesù". Sfilano poi davanti a Pilato i testimoni a discarico: ciechi, paralitici, un gobbo, l'emorroissa, tutti guariti da Gesù, e Nicodemo, membro del Sinedrio giudaico.
Qui entra in scena la moglie stessa del procuratore della quale i vari apocrifi offrono anche il nome, Claudia Procula, o Procla: "Sapete che mia moglie – dice Pilato agli accusatori di Gesù – simpatizza con voi riguardo al giudaismo. Gli ebrei risposero: Sì, lo sappiamo! Pilato: Ecco, mia moglie mi ha mandato a dire: Non ci sia nulla tra te e quest'uomo giusto! Questa notte, infatti, ho sofferto molto a causa sua. Gli ebrei, allora, replicarono a Pilato: Non ti abbiamo forse detto che è un mago? È lui che ha inviato a tua moglie i fantasmi dei sogni".
È evidente anche in tal caso come la base narrativa del Vangelo canonico di Matteo (27, 19) venga ampliata con aggiunte di colore. A questo punto Pilato – stando al Vangelo di Pietro che è stato definito "il più antico racconto non canonico della Passione di Cristo" (scritto attorno al 100 e ritrovato solo nel 1887 in Alto Egitto nella tomba di un monaco) – "si alzò; nessuno degli ebrei si lavò le mani, né Erode né alcuno dei suoi giudici". Solo Pilato, dunque, si lava le mani dichiarando simbolicamente la sua innocenza. Poi, sempre secondo le Memorie di Nicodemo, "ordinò che fosse tirato il velo davanti alla sedia curule e disse a Gesù: Il tuo popolo ti accusa di assumere il titolo di re. Perciò ho decretato che, in ossequio alla legge dei pii imperatori, tu sia prima flagellato e poi appeso alla croce nel giardino dove sei stato catturato. Disma e Gesta, entrambi malfattori, saranno crocifissi con te". Appaiono così anche i nomi improbabili dei due compagni di crocifissione di Gesù, anonimi secondo Luca 23, 39-43.
È, però, soprattutto sulla vita successiva di Pilato che si scatenerà la fantasia apocrifa, compresa quella moderna: pensiamo al "Procuratore di Giudea" di Anatole France, a "Il punto di vista di Ponzio Pilato" di Paul Claudel, alla "Moglie di Pilato" di Gertrud von Le Fort, al "Ponzio Pilato" di Roger Caillois, al "Pilato" di Friedrich Dürrenmatt, al "Maestro e Margherita" di Michail A. Bulgakov e così via.
Ci è giunta dall'antichità cristiana una relazione apocrifa inviata da Pilato agli imperatori Tiberio e Claudio con i riscontri dei destinatari, una lettera di Pilato a Erode e una "Paradosi" di Pilato, cioè un'ipotetica "tradizione" storica delle sue vicende. C'erano persino apocrifi pagani su di lui, tant'è vero che lo storico cristiano Eusebio di Cesarea lamentava che l'imperatore Massimino Daia nel 311 avesse fatto distribuire nelle scuole delle false memorie di Pilato "piene di empietà contro Cristo" e avesse ordinato che i ragazzi le imparassero a memoria per istigarli all'odio contro il cristianesimo. Ma gli apocrifi cristiani si accaniranno in particolare sulla morte di Pilato con esiti antitetici.
Da un lato, la citata "Paradosi" descrive una fine tragica durante una partita di caccia con l'imperatore. "Un giorno Tiberio, andando a caccia, stava inseguendo una gazzella; ma, quando questa giunse davanti alla porta di una caverna, si fermò. Pilato si spinse a vedere. Tiberio lanciò nel frattempo una freccia per colpire l'animale, ma essa attraversò l'ingresso della caverna e uccise Pilato".
Più impressionante è la fine narrata da un altro testo e divenuta popolare nel Medioevo, secondo cui Pilato morì suicida a Roma con un colpo del suo prezioso pugnale. Gettato con un peso nel Tevere, il cadavere dovette essere ripescato perché attirava gli spiriti maligni rendendo pericolosa la navigazione sul fiume. Traslato a Vienne in Francia e immerso nel Rodano, dovette essere recuperato per la stessa ragione e sepolto a Losanna. Ma anche qui, a causa del suo corpo infestato di demoni, lo si dovette riesumare e scaraventare in un pozzo naturale, in alta montagna.
D'altro lato, la tradizione apocrifa cristiana esalta invece la conversione di Pilato che muore come martire, decapitato per ordine di Tiberio, e viene accolto in cielo da Cristo. Non per nulla la Chiesa etiopica venera come santo nel suo calendario liturgico il procuratore romano.
La stessa sorte toccherà a sua moglie Claudia Procula. Ecco, infatti, un'altra versione della fine di Pilato secondo la "Paradosi" che abbiamo sopra citato. "Il comandante Labio, incaricato dell'esecuzione capitale, troncò la testa di Pilato e un angelo del Signore la raccolse. Sua moglie Procula, vedendo l'angelo giunto a prendere la testa del marito, ebbe un trasporto di gioia ed emise l'ultimo respiro. Fu, così, sepolta con suo marito Pilato per volere e benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo". La conversione del procuratore era avvenuta in coincidenza della risurrezione di Cristo, secondo il Vangelo di Gamaliele, opera copta del V secolo. Infatti, "entrato nella tomba di Cristo, Pilato prese le bende mortuarie, le abbracciò e per la gran gioia scoppiò in lacrime. Si volse poi a un suo capitano che aveva perso un occhio in guerra e rifletté: Sono sicuro che queste bende restituiranno la luce al suo occhio. Avvicinò a lui le bende mortuarie e gli disse: Non senti, fratello, il profumo di queste bende? Non è un odore di cadavere ma di porpora regale impregnata di soavi aromi. [...] Il capitano prese quelle bende e si mise a baciarle dicendo: Sono certo che il corpo che voi avete avvolto è risorto dai morti! Nell'istante in cui il suo volto le toccò, il suo occhio guarì e vide la gioiosa luce del sole come prima. Fu come se Gesù avesse posto su di lui la mano, proprio come era accaduto al cieco nato".
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Un capitolo particolare in molti Vangeli apocrifi è riservato ai testimoni della risurrezione che si moltiplicano rispetto ai Vangeli canonici e che diventano spettatori di epifanie clamorose. Ecco come lo stesso Pilato narra la sua esperienza secondo il citato Vangelo di Gamaliele: "Vidi Gesù al mio fianco! Il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli ebrei. Egli mi disse: Pilato, piangi forse perché hai fatto flagellare Gesù? Non aver paura! Sono io il Gesù che morì sull'albero della croce e sono io il Gesù che è risorto dai morti. Questa luce che tu vedi è la gloria della mia risurrezione che irradia di gioia il mondo intero! Corri, dunque, alla mia tomba: troverai le bende mortuarie che sono rimaste là e gli angeli che le custodiscono; gettati davanti ad esse e baciale, diventa assertore della mia risurrezione e vedrai nella mia tomba grandi miracoli: i paralitici camminare, i ciechi vedere e i morti risorgere. Sii forte, Pilato, per essere illuminato dallo splendore della mia risurrezione che gli ebrei negheranno". E di fatti Pilato giunto al sepolcro di Cristo – come si è già visto – passerà di sorpresa in sorpresa, incontrando anche il ladrone risorto.
C'è, dunque, un "altro" Cristo risorto che viene incontro negli scritti apocrifi a una folla di persone, rispetto alla ben più sobria e rigorosa narrazione dei Vangeli canonici.
Un'apparizione è riservata, ad esempio, anche all'apostolo Bartolomeo nell'omonimo vangelo apocrifo: in quell'occasione Gesù svela tutti i segreti dell'Ade, ove aveva trascorso il periodo tra la sua morte e l'alba di Pasqua. In un altro testo è Giuseppe d'Arimatea a incontrare il Signore risorto. Arrestato dai giudei per aver offerto a Gesù il sepolcro, egli vede avanzare Gesù con il ladrone pentito nella tenebra della sua cella: "Nella camera risplendette una luce accecante, l'edificio fu sospeso ai quattro angoli verso l'alto, si aprì un passaggio e io uscii. Ci mettemmo in viaggio per la Galilea, mentre attorno a Gesù brillava una luce insopportabile a occhio umano e dal ladrone emanava un gradito profumo che era quello del paradiso". Anche Pietro, al di là delle apparizioni pasquali "canoniche", ha un incontro straordinario registrato dagli Atti di Pietro, un apocrifo composto tra il 180 e il 190, sulla via di Roma, e divenuto la sostanza del "Quo Vadis?", il famoso romanzo che il polacco Henryk Sienkiewicz compose tra il 1894 e il 1896.
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Particolarmente vivace è poi la tradizione apocrifa riguardante la madre di Gesù, Maria. I Vangeli canonici tacciono sull'incontro del Risorto con lei. Infatti, dopo la scena del Calvario (Giovanni 19, 25-27) si passa a quella degli Atti degli Apostoli secondo la quale i discepoli di Gesù "sono assidui e concordi nella preghiera" con Maria "al piano superiore della casa [di Gerusalemme] ove abitavano" (1, 13-14) e non si aggiunge nulla sull'incontro tra la Madre e il Risorto. A questo vuoto suppliscono abbondantemente gli apocrifi.
Riprendiamo tra le mani il Vangelo di Gamaliele. Maria, prostrata dal dolore, rimane in casa, ed è Giovanni che le riferisce le notizie sulla sepoltura del Figlio. Essa, tuttavia, non si rassegna a restar lontana dalla tomba di Gesù e, tra le lacrime, dice a Giovanni: "Anche se la tomba di mio Figlio fosse gloriosa come l'arca di Noè, io non ne avrei nessun conforto se non la potessi vedere per versarvi le mie lacrime. Giovanni le rispose: Come possiamo andarci? Davanti alla tomba sono di guardia quattro soldati dell'esercito del governatore! [...] La Vergine, però, non si lasciò trattenere e la domenica, di buon mattino, si recò al sepolcro. Giunta di corsa, si guardò intorno e fissò lo sguardo sulla pietra: era stata rotolata via dal sepolcro! Allora esclamò: Questo miracolo è avvenuto a favore di mio Figlio! Si sporse in avanti, ma non vide nel sepolcro il corpo del Figlio. Quando il sole spuntò, mentre il cuore di Maria era malinconico e triste, si sentì penetrare nella tomba dall'esterno un profumo aromatico: sembrava quello dell'albero della vita! La Vergine si voltò e in piedi, presso un cespuglio di incenso, vide Dio vestito con uno splendido abito di porpora celeste".
Maria, tuttavia, non riconosce in questa figura gloriosa suo Figlio. Allora inizia un dialogo simile a quello che il Vangelo di Giovanni (20, 11-18) intesse tra Maria Maddalena e il Cristo risorto e alla fine si ha lo scioglimento dell'enigma: "Non smarrirti, Maria, osserva bene il mio volto e convinciti che io sono tuo Figlio". E Maria replicherà augurandogli una "felice risurrezione", inginocchiandosi a adorarlo e a baciargli i piedi.
Un'altra testimonianza, ancor più fastosa, dell'apparizione del Risorto a sua madre è conservata in un frammento copto del V-VII secolo, traduzione di un testo più arcaico. "Il Salvatore apparve sul grande carro del Padre di tutto il mondo e, nella lingua della sua divinità, esclamò: Maricha, marima, Tiath. Che significa: Mariam, madre del Figlio di Dio! Mariam ne capiva il senso; perciò si volse e rispose: Rabbuní, Kathiath, Thamioth. Che significa: Figlio di Dio! Il Salvatore le disse: Salve a te, che hai portato la vita a tutto il mondo! Salve, madre mia, mia santa arca, mia città, mia dimora, mio abito di gloria del quale mi sono vestito venendo al mondo! Salve, mia brocca piena di acqua santa! Tutto il paradiso gioisce per merito tuo. Ti assicuro, Maria, mia madre: colui che ti ama, ama la vita. Poi il Salvatore aggiunse: Va' dai miei fratelli e di' loro che sono risorto dai morti e che andrò al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. [...] Maria disse a suo Figlio: Gesù, mio Signore e mio unico Figlio, prima di andare nei cieli dal tuo Padre, benedicimi perché io sono tua madre, anche se non vuoi che io ti tocchi! E Gesù, vita di tutti noi, le rispose: Tu sarai assisa con me nel mio regno. Allora, il Figlio di Dio s'innalzò sul suo carro di cherubini, mentre miriadi di angeli cantavano: Alleluia! Il Salvatore stese la mano destra e benedisse la Vergine".
Ormai con questo testo ci ritroviamo in un'altra regione, quella della devozione mariana, cara soprattutto alle Chiese d'Oriente. L'accento scivola sulla mariologia, lasciando sullo sfondo il riferimento cristologico.
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La ricca esemplificazione che abbiamo offerto – sebbene si riferisca a una sola fase della storia di Gesù Cristo – non rende ragione del tutto riguardo alla molteplicità tematica e ai riflessi della varie situazioni ecclesiali che sono rivelati dalle pagine apocrife. Essa, però, riesce a mostrare in modo inequivocabile la qualità radicalmente differente, sia per attendibilità storica sia per rigore teologico, degli scritti canonici neotestamentari, esempio della loro essenzialità tematica e sobrietà narrativa.
Significativa, per contrasto, è l'elaborazione della "gnosi" – secondo la quale la salvezza è offerta solo dalla conoscenza – diffusa soprattutto in Egitto. Essa introdurrà, ad esempio, nel Vangelo di Tommaso una collezione di frasi o detti di Gesù evangelici ed extra-evangelici, alcuni di grande interesse storico, ma anche aprirà la stura a discutibili speculazioni teologiche, spesso molto elaborate e sofisticate e fin stravaganti.
In positivo potremmo dire che, però, domina un forte senso della grandezza dell'evento cristologico e una viva coscienza dell'identità cristiana. In un apocrifo egiziano gnostico, noto come il Vangelo di Filippo, si legge: "Se dici: Sono ebreo! nessuno si commuove. Se dici: Sono romano! nessuno trema. Se dici: Greco, barbaro, schiavo, libero! Nessuno si agita. Ma se dico: Sono cristiano! Il mondo trema".
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Il sito della mostra. con tutte le informazioni:
> Apocrifi. Memorie e leggende oltre i Vangeli
Promotore della mostra è il Comitato di San Floriano, animato da don Alessio Geretti, viceparroco della pieve e studioso dell'arte cristiana.
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Il servizio dedicato da www.chiesa alla precedente mostra sulla Genesi:
> Miracolo a Illegio, piccolo borgo di montagna (30.5.2008)
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Altri articoli di www.chiesa su temi affini:
> Focus su ARTE E MUSICA
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http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1338201
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