STUDIO DELLA BIBBIA, VECCHIO E NUOVO TESTAMENTO E PATRISTICA

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lunedì 17 maggio 2010

Il Vangelo di Matteo in aramaico?

Il Vangelo di Matteo in aramaico?
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Nel Vangelo di Matteo, ma anche in quello di Marco e Luca, vi sono delle espressioni in greco che risentono della mentalità ebraica di chi scriveva. Infatti, chi studia il Greco biblico dovrebbe conoscere anche la lingua ebraica per capire queste peculiarità. Un cosa però è una questione di stile, come il greco influenzato dall’ebraico, un’altra è sostenere che il Vangelo di Matteo nella sua attuale forma rappresenti una traduzione diretta dall’Aramaico o dall’Ebraico.

Nessuno può escludere, di principio, che Matteo tradusse in greco una raccolta di detti di Gesù risalenti ai primi decenni della nostra era (anni quaranta d.C.). Anzi, probabilmente Matteo aveva a sua disposizione una o più raccolte in lingua aramaica – la lingua parlata da Gesù – che sono confluite nel Vangelo. Il testo greco del Padre Nostro, per esempio, è facilmente traducibile in Aramaico. Anche altre parti del Vangelo, le Beatitudini per esempio, probabilmente risalgono ad una fonte in lingua ebraica od aramaica.


Non dimenticate, però, che il Vangelo di Matteo è stato composto in lingua greca e che, nel suo insieme, non appare come una traduzione diretta dall’Aramaico. Come in tante altre cose di queste genere, in medio stat virtus e le posizioni estreme, come quella di negare qualsiasi parentela del Vangelo di Matteo con l’ambiente ebraico o con fonti ad esso appartenenti, sono sempre da evitare!

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http://www.studiobiblico.it/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=586%3Ail-vangelo-di-matteo-in-aramaico&catid=89%3Aaltre-riflessioni&Itemid=206&lang=it

mercoledì 29 aprile 2009

ESEGESI V.GIOVANNI 3,36

Esegesi Gv 3,36



“Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui».”( Gv. 3, 36)

Dice s.Beda riferendosi a questo testo “Non debet hic intelligi fides quae verbo tenus tenetur, sed quae operibus adimpletur.” La traduzione di questo testo è la seguente: non si deve intendere qui con il termine fede quella che si tiene solo con la parola ma quella che si compie con le opere

Quanto appena detto significa, più generalmente, che laddove i testi biblici neotestamentari parlano di fede essi non si riferiscono, in molti casi, solo alla fede ma alla fede unita alla carità, cioè non si riferiscono alla fede informe ma alla fede perfetta che è appunto unita alla carità. Questa è la fede che porta la salvezza e la vita eterna in noi: la fede unita alla carità. Senza la carità noi siamo nel peccato e nella dannazione, con la carità la grazia e la salvezza sono in noi. Occorre dunque stare molto attenti allorché si parla di fede nella Bibbia per distinguere bene se si sta trattando della fede perfetta(unita alla carità) o della fede informe; allorché troviamo espressioni che affermano la salvezza in relazione alla fede esse vanno intese nel senso che la fede unita alla carità è salvifica, perché la vita di Dio, la grazia, viene in noi con la carità: Dio, infatti, è carità e la carità fa che Dio viva in noi.



D. Tullio